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venerdì 15 settembre 2017

"Conoscere e Vivere la Ruota dell'Anno", Trento


Conoscere e Vivere la Ruota dell’Anno


Per.corso teorico e esperienziale di avvicinamento allo strumento della Ruota dell’anno
 secondo ispirazione del Tempio della Dea di Glastonbury. *


La Ruota dell’Anno è molto più di un calendario che segna il passaggio delle stagioni; è metafora dell’intera esistenza, è una bussola che guida al riconoscimento di e al ri-allineamento con una sacralità dimenticata: quella che è nei nostri corpi, nelle nostre idee, nelle nostre esperienze, nelle nostre azioni, nella fantastica natura in cui viviamo, nel nostro essere parte dell’Universo. Qui. Ora.

Il per.corso è composto di 8 incontri in un anno, in prossimità di 8 antiche feste sacre i cui echi sono giunti attraverso il tempo fino ad oggi. Ciascun incontro sarà dedicato a un aspetto della Grande Madre nella sequenza in cui è celebrata a Glastonbury/Avalon: inizieremo a conoscere come la sua energia può essere sperimentata nella vita e nella quotidianità, da ciascuno di noi, senza “intermediari”.

Il per.corso è aperto a donne e uomini.




Quando:
1. Domenica 12 novembre 2017: L'oscurità, Ognissanti. Introduzione sugli aspetti generali della Ruota dell’Anno e aspetto archetipico della Vecchia o Crona, Signora della Morte, Rigenerazione e Rinascita.
2. Domenica 17 dicembre 2017: La calma, Solstizio d'Inverno. Dedicato alla Signora dell’elemento Aria.
3. Domenica 4 febbraio 2018: Il risveglio, Candelora. Dedicato all’aspetto archetipico della Bambina/Fanciulla.
4. Domenica 25 marzo 2018: La Rinascita, Equinozio di Primavera. Dedicato alla Signora dell’elemento Fuoco.
5. Domenica 6 maggio 2018: La Fioritura, Calendimaggio. Dedicato all’aspetto archetipico dell’Amante.
6. Domenica 24 giugno 2018: La Pienezza, Solstizio d'Estate. Dedicato alla Signora dell’elemento Acqua.
7. Domenica 22 luglio 2018: L'Abbondanza. Dedicato all’aspetto archetipico della Madre.
8. Sabato/Domenica 22/23 settembre o 29/30 settembre 2018 (data da confermare): La Manifestazione, Equinozio d'Autunno. Dedicato alla Signora dell’elemento Terra, e al Centro della Ruota, che rappresenta la totalità degli aspetti. La sera di sabato si svolgerà per coloro che lo desiderano una personale cerimonia di dedicazione alla Grande Madre.

Orari: dalle 10.00 alle 18.00 circa, piccola pausa pranzo nel mezzo
Date e orari possono subire alcune modifiche che verranno eventualmente comunicate

LE ISCRIZIONI SONO OBBLIGATORIE ENTRO VENERDÌ 13 OTTOBRE 2017 (email ghiandavalon@gmail.com)

Il percorso partirà con un numero minimo di 5 iscritte/i. 20 posti disponibili.

Dove: 
incontri 1, 2, 3, 4 presso associazione “I Guardiani della Terra”, via Grazioli 63, Trento
Gli incontri 5, 6, 7 saranno possibilmente svolti all’aperto, sul territorio, tra le provincie di TN, BZ e BL. 
L’ultimo incontro e la cerimonia di dedicazione si svolgeranno presso la malga “Monte San Pietro” di Pietralba (BZ), dove è possibile pernottare e pranzare/cenare a tariffa molto contenuta.

Come:
Il per.corso richiede impegno e costanza. Ci saranno momenti di studio individuale (preparatori agli incontri), momenti di confronto e scambio, momenti di attività esperienziali, momenti di celebrazione. Impareremo a lavorare in cerchio, creeremo oggetti sacri, suoneremo, canteremo, viaggeremo in meditazione, danzeremo, condivideremo risate e lacrime, biscotti e tisane. 

Ri-membreremo e ri-celebreremo alcuni archetipi del Sacro Femminile, ricercandone le origini pre-patriarcali; noteremo quali nomi sono stati associati a questi archetipi, riferendoci sia alla Ruota di Brigit-Ana (utilizzata presso il Tempio della Dea di Glastonbury) sia alle Dee e agli aspetti della Grande Madre che sono rilevabili nelle leggende del nostro territorio (Ruota delle Dolomiti). 
La frequenza è da ritenersi obbligatoria; è richiesta la presenza agli incontri indicati in quanto il corso si sviluppa secondo un andamento progressivo, perdere una lezione significa perdere una parte integrante dell’insieme e la presenza è propedeutica anche alla creazione di un gruppo di lavoro e a una piccola comunità di supporto.
Il per.corso prevede una sorta di “compiti per casa”, più che altro stimoli tramite i quali si incoraggia chi partecipa ad applicare/confrontare quanto si apprende nella/con la vita quotidiana e con la propria esperienza affinché l'approccio sia davvero personalizzato. Le esercitazioni saranno inviate via e-mail e sarà richiesto il completamento delle stesse prima di ogni incontro. 

Con cosa: 
-E’ previsto lo studio di un testo di Kathy Jones, fondatrice del Tempio di Glastonbury (costo e reperimento a carico del partecipante): “Sacerdotessa di Avalon, Sacerdotessa della Dea”, Ester Edizioni.
-Dispense, articoli o altro materiale teorico sarà messo a disposizione della facilitatrice.
-Sarà fornita breve lista di “testi consigliati”.
-Materiale di massima per attività creative, occorrente per le celebrazioni, e varie attività, a cura della facilitatrice.
-Indicazioni su oggetti a tema o materiale che i partecipanti dovranno portare, saranno fornite di volta in volta prima degli incontri.

IL PER.CORSO E' RICONOSCIUTO DALLA COMUNITÀ' INTERNAZIONALE FORMATASI ATTORNO AL GLASTONBURY GODDESS TEMPLE. Tutte/i le/i dedicate/i che concludono positivamente il per.corso e decidono di dedicarsi alla Grande Madre sono riconosciute/i come membri della comunità internazionale allargata, con la possibilità di accedere alla giornata speciale organizzata a Glastonbury una volta l'anno per incontrarsi e confrontarsi.

Costi:
Un piccolo preambolo: nel nostro paese c’è molta resistenza rispetto alla possibilità che un per.corso che si presenta legato a qualche forma di spiritualità, possa prevedere dei costi a carico dei partecipanti.
E’ però importante tenere conto che ci sono dei costi di organizzazione, a volte anche importanti (affitto della sala, trasporti, acquisto materiali per attività, acquisto materiali per le celebrazioni, cibo e bevande messe a disposizione, volantini, tempo di progettazione, ecc..).
In un mondo che domanda di essere pagato in denaro, non è possibile proporre “gratuità” senza che qualcuno (l’organizzazione) ne perda.
Inoltre, come Associazione di Promozione Sociale “Tempio della Grande Madre", i corsi e per.corsi rappresentano il nostro modo principale per sostenerci: il denaro ricavato verrà reinvestito in nuovi progetti connessi con gli scopi associativi. Il nostro obiettivo più grande, è pervenire a una sede stabile da adibire a moderno Tempio della Grande Madre ove custodire la  Fiamma della Grande Madre delle Dolomiti, riaccesa il 20 settembre 2015. Partecipando ci aiutate a realizzare i nostri sogni.

Il per.corso costa 400 € per 8 incontri COMPRESO il  costo della tessera associativa annuale (che comprende copertura assicurativa R.C. e infortuni).
Sono esclulsi il costo del testo di Kathy Jones, le spese extra (pranzi all’esterno, eventuali pernottamenti), il materiale da portare (per esempio: oggetti da cercare nella natura, pezzi di stoffa, pennelli, nastrini…).

Metodi di pagamento:
Caparra non rimborsabile di 100 Euro entro il termine iscrizioni (venerdì 13 ottobre 2017), saldo entro il 17 dicembre 2017.

Gli estremi per la caparra sono comunicati privatamente, alla compilazione del modulo di iscrizione che verrà inviato via email.

Abbandonare il per.corso:
Occasionalmente accade che un/a partecipante decida di lasciare il per.corso per motivi personali.
Coloro che lasciano il per.corso entro il terzo incontro (escluso), riceveranno un rimborso così calcolato: tariffa intera meno la caparra meno il prezzo degli incontri effettuati (40 euro per giornata di incontro).
Non ci sono rimborsi per gli abbandoni dal terzo incontro.

Se il per.corso è cancellato da parte dell’organizzazione prima del suo inizio, la caparra è sempre rimborsata. Se l’organizzazione è costretta a sospendere il per.corso dopo il suo inizio, sarà rimborsato l’intero costo meno gli incontri già svolti e il costo della tessera associativa (15€).
Non saranno rimborsati i costi (quantificati in 40 euro) degli incontri effettivamente effettuati, anche in caso di assenza del partecipante.

Dopo l'anno: al termine del per.corso la studentessa/studente potrà decidere se fermarsi o proseguire nelle spirali integrative che si addentrano nel ruolo di moderna sacerdotessa della Grande Madre. 

Nota: il percorso proposto non intende sostituirsi alla Prima Spirale della scuola del Tempio di Glastonbury, ne è una versione adattata al nostro contesto territoriale.
  
Facilitatrice: Laura Ghianda, madre, Sacerdotessa di Avalon e Sacerdotessa della Dea formata presso il Tempio della Dea di Glastonbury, ricercatrice indipendente sui temi della Grande Dea e del sacro femminino. Artista poliedrica, è laureata in Scienze dell’Educazione, ed è educatrice professionale. Co-fondatrice della Associazione di Promozione Sociale “Tempio della Grande Madre” e del cerchio di “Avalon Italia”, è promottrice del progetto “Fiamma della Grande Madre delle Dolomiti”. Attualmente sta concludendo un percorso biennale di formazione come Sacerdotessa della Sessualità Sacra con Katinka Soetens.
Si occupa di spiritualità e montagna.


*Il Tempio della Dea di Glastonbury: inaugurato nel 2002, è il primo tempio dedicato a una Dea indigena a esser stato ufficialmente riconosciuto come pubblico luogo di culto da un governo occidentale… almeno da un paio di migliaia di anni! Dal 2014 i matrimoni in esso celebrati hanno anche valore legale. Oggi il Tempio è considerato un punto di riferimento per i ricercatori della Dea di tutto il mondo, e organizza una scuola che prepara sia donne che uomini al cammino del sacerdozio. Particolarità dell’approccio spirituale proposto, è la dichiarata non dogmaticità degli insegnamenti e la non gerarchizzazione dell’organizzazione. (www.goddesstemple.co.uk)
Sull’esempio di Glastonbury, altri Templi della Dea sono recentemente stati aperti in vari stati (USA, Australia, Belgio, Olanda, Ungheria, Spagna, Svezia, Italia..)
Glastonbury è anche sede dell’annuale Goddess Conference (Conferenza della Dea), solitamente in programma l’ultima settimana di luglio o la prima di agosto, evento ricco di stimoli e opportunità che raduna partecipanti da tutti i continenti. (www.goddessconference.com)


Percorsi analoghi in Italia: Anna Bordin a Venezia http://www.argiope.it/wordpress/ 
Sarah Perini a Torino (percorsi residenziali e online) http://tempiodelladea.org/
Maya Vassallo con il percorso Sacerdote/ssa del mare, Sacerdote/ssa di Afrodite, nella costiera amalfitana/ Roma www.tempiodellagrandedea.com

La comunità italiana che si riconosce nel metodo e nell'approccio del Glastonbury Goddess Temple si riunisce con il nome di "Bosco della Dea". Vi hanno accesso tutte/i coloro che completano il per.corso fino alla dedicazione e che concordano con il codice di condotta.

giovedì 7 settembre 2017

Pensieri di una sacerdotessa moderna -1° parte

Riflessioni per un ruolo che funzioni nella nostra epoca, coi problemi e bisogni di oggi.

Questo che mi accingo a scrivere è certamente il seguito del mio post piuttosto conosciuto "Sacerdotessa? ma cosa vuol dire?" che, per chi non lo conoscesse, è linkato qui.
Specifico che quanto segue si riferisce alla tradizione che ho fatto mia, quella nata con il Glastonbury Goddess Temple di certo senza pretesa di parlare per le sacerdotesse di altre tradizioni.

Sono passati ancora anni da quel post. Ad oggi mi sento di confermarne il contenuto e allo stesso tempo ho avuto modo, attraverso esperienze, progetti, incontri e scontri, di allargare molte maglie e approfondire ulteriormente il tema del senso del chiamarsi sacerdotessa oggi, in questo mondo, senza giocare alla rievocazione storica intendo. 

E sta volta provo a farlo per temi, solo alcuni dei tanti.

Un nome altisonante? Modelli gerarchici e modelli circolari
"Sacerdotessa" -  [dal lat. sacerdos -otis, comp. di sacer «sacro» e della radice *dhe- di facĕre «fare»] - fonte Treccani
significa né più né meno che "fare sacro". Colei (o colui, uso il femminile che comprende anche il nome maschile secondo lo stile inglese "sacerdoteSSA", "PRIESTess") che fa sacro.
Non potrei trovare una definizione migliore di quella presentata dall'etimo, il fare sacro!
FINALMENTE! Un sacro che è nel fare, nell'agire, nel movimento.
Faccio sacro. Nulla di strano!

Eppure ancora mi si dice essere un nome "altisonante". 
Non è il nome in sé a esserlo. Direste a un sacerdote cattolico che il suo nome "sacerdote" è "altisonante"? 
A stridere ancora è l'immagine. Un po' come con "sindaca, assessora, ministra", il problema è che la nostra cultura non ha attualmente immagini riconosciute che corrispondano a questa parola. E quelle presenti nell'immaginario attingono nemmeno a un passato storico ma a un corpus di credenze, film, libri, storie che in comune hanno spesso un modello di organizzazione spirituale che non è certo quello a cui la mia tradizione aspira (anche in "le nebbie di Avalon"... diciamolo, io amo quel libro ma non ricalcherei mai l'organizzazione descritta da Marion Zimmer Bradley!).


Farò un giro larghissimo, ma voglio proprio spiegarla questa cosa.
Un signore che commenta spesso la nostra pagina Dea nelle Dolomiti - I volti della Grande Madre ci tiene un sacco a dire come per lui le gerarchie siano sempre esistite perché per lui l'universo stesso è gerarchia. Lo stesso concetto di "ordine", mi pare di capire, per lui non può esistere senza gerarchia.
Beh, il mio (e non solo mio ma sapete la mia prudenza nell'usare il "noi", sempre ambiguo e pericoloso...) concetto di universo e la stessa percezione che ne ho se ne distacca molto.
La gerarchia necessita di separazione. 
Il modello che io afferro è più... fatto di cerchi concentrici. Ed è affatto privo di ordine!
Ebbi questa immagine in una potente meditazione in montagna, nella natura.
Ogni cosa è parte di una cosa più grande e al contempo è ad essa compartecipe. Il fiore e il suo spirito non è separato dalla montagna in cui cresce e dal suo spirito. La montagna e il suo spirito (fatto da miriadi di spiriti e al contempo Uno) non è separato dalla "regione" in cui si colloca. La stessa regione con il suo spirito (fatto di miriadi di spiriti e al contempo Uno) non è separata da... per brevità facciamo il pianeta Terra. La quale Terra con il suo spirito non è separata dallo spirito dell'intera galassia. Eccetera fino a comprendere la totalità dell'universo.
Sappiate che ho semplificato per farla breve.


L'essere umano può scegliere. Dove si vuol collocare? Il pensiero delle gerarchie è un pensiero che necessita di separare. Ordina per importanza, classifica. Spesso usa il pensiero duale oppositivo che per me invece è la causa di molti nostri guai.
L'umano può sentirsi come privilegiato, separato (natura VS cultura), padrone... e infatti, sposare questo pensiero spesso significa percepirsi come "signori e padroni" (della natura, degli elementi ecc.).

Oppure?
Ecco, ormai ho imparato che in qualsiasi tradizione è il modo in cui siamo a essere proiettato "nel cielo". Non il contrario. Se penso e sono in gerarchia, vedo gerarchie nell'universo. Se penso e sono altro, vedo altro. Quasi sempre abbiamo trovato nell'universo la giustificazione del potere che ci siamo presi sulla terra... Fingendo che fosse volere dell'universo stesso (Dio, o chi per esso...). 
Ecco perchè i miti cosmogonici piuttosto che essere "uniche verità scese dagli dei (ironia mode on -sempre in alto gli dei, mi raccomando... -ironia mode off)" rivelano moltissimo del pensiero e dei valori culturali della cultura che li ha prodotti. 
Ci saranno senz'altro tanti altri "oppure". Io vi smollo il mio.
Il mio "oppure" è che io, umana, sono dentro quei "cerchi" descritti sopra. Io sono parte dello spirito e della materia della montagna in cui vivo, che mi ha adottato e questa appartenenza ora la sento fortissima. Sono parte dello spirito e della materia della Terra, del sistema solare, della galassia, dell'universo.
Ho il mio ruolo, ho dei doni. Ho la facoltà di agire, ma sempre meno sento separazione. E come tale agisco, analizzo, penso. Da questo punto di vista sono moltissime le cose che cambiano. L'intero impianto psicologico per come lo conosciamo può essere messo in discussione. 

Se non penso tramite il pensiero duale oppositivo, posso essere al contempo io-persona e parte di qualcosa più grande. Il pensiero duale oppositivo dice che "o sono io, o sono altro". Separa.


Lo stesso senso di "non separazione" vige all'interno della comunità umana che sento mia.
La stessa per la quale servo come sacerdotessa.
Non ho bisogno di un piedistallo, non ho bisogno di un "titolo" per sentirmi meglio. 
Perché sono solo una parte del mio cerchio. Porto i miei doni in favore di tutti, per il bene di tutti, per fare la mia sacra parte per un sacro mondo migliore. E in questo "tutti", attenzione a questo fondamentale passaggio, ci sono anche io. Non è che "o lo fai per gli altri" o "lo fai per te stessa".
Perché se non penso attraverso il principio di "separazione", io sono parte integrante di quel "tutti".
Farlo per tutti significa proprio tutti. Per me, per te, per la mia montagna, per la Terra, per l'universo. Perché chiara sento la rete di interconnessione di ogni cosa. 
E questo mi collega al punto successivo.

"Lo fai per il tuo ego."
Aaah l'Ego. 
Credo che nello sviluppo di forme di spiritualità alternative non siamo ancora riusciti a venirne a capo con la questione dell'ego, considerato il peggior nemico non solo dello spirituale, ma anche del materiale. 
Si dice questo, in società che... altro che egoiche, direi egoiste!
La mia riflessione è assolutamente controcorrente. Pronti? Via!
Perché mai l'ego dovrebbe essere un problema? Il problema semmai è il suo disequilibrio. Un ego smisurato o un ego disintegrato.
Non l'ego in quanto ego.
Quindi, faccio la sacerdotessa per il mio ego?
Assolutamente si.
Solo non come lo intenderebbero in molti.

Svelo l'arcano.
Sempre lui il colpevole: il pensiero duale oppositivo. 
La dicotomia sottintesa, mai svelata e quindi mai messa in discussione, è "io Vs altro": o sono io, o sono gli altri. O lo faccio per me, o lo faccio per gli altri.
Questo attinge a tutti quei modelli in cui si punta all'abnegazione di sé. Il sacrificio. L'umiliazione. Il nascondersi, ancora un po' troppo esaltato negli ambienti femminili. E' la madre cristiana, meglio, direi la madre patriarcale che fa all'oscuro, nascosta, senza farsi vedere, con umiltà, senza pretendere visibilità, con lo sguardo basso, il ruolo che le viene attribuito. Nell'ombra. Per gli altri.
Ci abbiamo fondato il mondo di storie, sacre o meno, sul sacrificio. 
La questione è complessa e perdonate se non mi dilungo ulteriormente.
Sfugge una cosa importante. L'abnegazione, intesa come negazione della propria persona con bisogni, desideri, necessità, opinioni eccetera, non è mai una condizione desiderabile nell'approccio che seguo, quello del "Madremondo".
Non è negando o persino odiando se stessi che si può amare gli, altri tutt'altro.
Sono proprio queste le forme che necessitano di controllo gerarchico. Perché sono le forme nelle quali si toglie il potere delle persone, si neutralizza il luogo dove sta la loro divinità per come la vedo io, che è il luogo dell'espressione di sé come compartecipazione alla Creazione.
Ma l'amore, l'amore che in tanti dicono essere la chiave di tutto (e concordo) parte proprio da noi. 
C'è un' ENORME differenza tra egoismo e amor proprio.
Amarsi è la base. 
Non ti ami? Fermati, comprendi le tue ferite, inizia ad accettarti e continua a imparare ad amarti per tutta la vita.
E sarai in grado di dare agli altri proporzionalmente per come ti amerai.

Idem con l'ego. 
L'egoismo non è che la ferita dell'ego. Non l'ego stesso. 
Abbiamo tutti e tutte, nessuno escluso, bisogni sociali in quanto specie umana sapiens sapiens. Biologia pura e semplice.
Tradotto, abbiamo tutti bisogno di riconoscimento, di essere visti dagli altri, di esser considerati per il nostro valore e per la nostra unicità.
La distorsione è cercare soddisfacimento di questi bisogni a scapito degli altri (ecco la presunta sacerdotessa che si innalza, che tratta la gente come sottoposti, che cerca di essere speciale in contrasto con gente che considera "comune" ecc). Ma altrettanto distorsione è fingere che la soluzione per essere visti sia l'annullamento di sé o peggio ancora fingere che questi bisogni non esistano.
Non serve. Non è utile a nessuno. 
Ecco allora che quando mi si è chiarito questo (passando per entrambe le distorsioni, si, non nel campo spirituale, ma nella vita di sicuro) ho scelto.
Ho scelto che il mio portare doni del mondo servisse quel "tutti" a cui mi riferivo, nel quale sono compresa io. Ho iniziato a cercare la bellezza anche in me, e solo allora ho iniziato a vederla sul serio negli altri. Ho accettato i miei bisogni di essere vista, e così facendo, con il mio essere, posso aiutare anche gli altri a darsi il permesso di cercare di splendere. 
Perché amiche e amici, il cielo è meraviglioso quando ha miliardi di stelle che brillano, non quando ne splende una soltanto. 
Si, sapere di fare questo "mestiere" così difficile nel mondo mi fa stare bene.
E questo va benissimo. Perché in un colpo solo collego il benessere mio, quello delle persone per cui lavoro, quelle del mondo di cui faccio parte pianeta compreso.
Abbiamo sacralizzato il dolore. Per cui pensiamo che per essere "santi" occorra quasi stare male e fare le cose con fatica. 
Madremondo sacralizza il piacere. Quello in cui possiamo stare bene tutti. Perché ci amiamo.

Tutto facile? Cuoricini arcobaleni e spruzzatine di glitters?
Manco per idea. 
Le emozioni che provo sono spesso paura, timidezza, senso di inadeguatezza, frustrazione anche rabbia. 
Perché sono umana, cresciuta nella stessa vostra cultura, con ferite analoghe alle vostre.
E anche questo mi collega al punto successivo (poi per oggi basta).


"E tu saresti una sacerdotessa?"
La paura. 
Quella cosa che quando parlo in pubblico o mi accingo a guidare una cerimonia mi attiva la vocina che dice "e se dirai stronzate? e se nessuno capirà cosa dici? ma sarai in grado di farlo? e se ti impapini? e se ti blocchi? e se non offri una cosa di qualità?" eccetera.
La provo eccome. 
Ho imparato proprio come sacerdotessa che la paura ha un messaggio per te.
La ascolto e non la censuro. E spesso è lei a indicarmi la strada. 
Se il mio intento è forte, se il mio cuore è pulito, ho fiducia che agirò la Grande Madre. Andrò attraverso le mie paure. 
Si, le sacerdotesse in questa tradizione non hanno niente a che vedere con i miti dell'ascesi. Provano emozioni di tutti i tipi perché le emozioni sono emozioni. Non sono giuste o sbagliate, positive o negative.
A "noi" (sta volta passatemelo) piace godere dell'intelligenza del nostro corpo e della pienezza della vita.
Per trovare il coraggio serve la paura. Altrimenti è incoscienza. 
Poi mi viene un'ascella tanta, tremo, sudo eccetera. Ma ci sono lo stesso.

La rabbia.
UUUuuuuuh la rabbia.
Ecco da dove viene il titolo del capoverso. 
Abbiamo un modello di sacro (culturalmente parlando) trascendente e ascetico. 
Qui di nuovo la brutta bestia del pensiero duale - oppositivo. La dicotomia da svelare qui è proprio "spirito VS materia". Le passioni, quindi le emozioni, i desideri, eccetera sono considerati "robetta materiale", e la materia (bassa) starebbe secondo questo pensiero in opposizione alle altezze dello spirito, al distacco terreno e tutta quella roba lì.
Ecco che colei o colui che ha a che fare col sacro sarebbe una specie di manichino amorfo senza passioni che non si arrabbia mai per il suo sommo distacco dalle cose terrene.
Ecco, per carità, se per uno funziona faccia pure.

Ma non è questo l'unico modello di spiritualità possibile e di certo non è il mio.
Anche qui ci sono le relative distorsioni. Scusate se lo dico ma per me il rifiuto dell'intelligenza del corpo, della materia, della terra e delle emozioni è distorsione. Nell'altro senso la distorsione è rimanere in perenne balia delle emozioni, che presuppone non saperne capire origine e quindi direzione.
Lo dico sempre. Io non sono lunare. Smettiamola di dire che il femminile è solo lunare (concetto che sottintende un'altra dicotomia da svelare, ne parlo qui e anche qui). Ogni essere umano è sole e luna, chi più l'uno chi più l'altra, chi a volte l'uno a volte l'altra a volte insieme. Non c'entra il maschile e il femminile, questa della luna femminile e il sole maschile è un'attribuzione che viene dal pensiero delle divisioni. Non è sempre stato così (nelle Dolomiti le leggende parlano persino al contrario! Tante dee sole e un dio "luno") e non è così nemmeno da tutte le parti del mondo.
Io sono assolutamente 80% sole e 20% luna.
Il mio sole mi rende appassionata. Puro e femminilissimo sole e fuoco.
E specie in pre-mestruale, mi arrabbio. Mi arrabbio eccome!

Quanta paura abbiamo della rabbia. Ancora di più ne abbiamo della rabbia delle donne e io sono una donna.
Appassionata lo sono sempre, 24/7. Qualche volta come tutti mi arrabbio. Un paio di volte l'anno sfurio pure! 
Questo per molti dovrebbe togliermi il diritto di chiamarmi sacerdotessa. 
La rabbia per molti "non è spirituale"! Come se la spiritualità fosse, peraltro, uno status statico e non piuttosto un percorso di vita!
Ho letto post persino che dicono che quando uno si arrabbia in realtà è perché ha problemi non risolti eccetera. Mentre lo leggevo mi veniva in mente la faccia del Dalai Lama che candidamente, dinanzi ai miei occhi e alle mie orecchie, raccontava divertito di come anche lui si arrabbiasse con tanto di aneddoto.

Bene, portiamo il sacro nella vita. Le sacerdotesse si possono arrabbiare (si arrabbiò pure Gesù a dirla tutta). La rabbia fa parte della natura umana e non è giusta o sbagliata. Semplicemente è rabbia. 
Un modello di sacro che non è per forza solo trascendente abbraccia tutti gli strumenti della natura umana. 
Un attimo, quello che dico non mi autorizza a usare una rabbia cieca che distrugge tutto e tutti e nemmeno a inventarmi nemici, creare odio eccetera. Questa appena descritta è la distorsione della rabbia, non la rabbia in sé. L'altro capo della distorsione è la repressione, ahimè molto praticata e confusa con "illuminazione". La repressione delle emozioni sfocia spesso in brutte bestie. Ricordiamolo.
La mia rabbia ha spesso messaggi per me. Mostra molto della mia passione, della mia vitalità, del senso di giustizia che provo. Mostra i miei bisogni, i miei confini, e ogni volta che "sfurio" è un'occasione per conoscermi. Per crescere. Per imparare.
La rabbia è un moto di anima che chiede di essere visto. Ogni qual volta provano ad "aggiustarmi" censurando la mia rabbia mi arrabbio anche di più. La rabbia di chiunque va vista. La rabbia chiede quasi sempre "dignità", quando non è nella distorsione.
Certo, per chi sta davanti alla mia sfuriata non è certo l'esperienza più piacevole. Di solito è sempre possibile farci una risata assieme. Solo dopo però, durante diventerei un t-rex!
Quando penso alle cose che mi mostra la rabbia, mi sento ancora più motivata a mettere questa energia vitale per fare cose utili. Per attivismo.
Agisco il mio sole d'azione. Tra cui il mio essere sacerdotessa. Onore anche alla mia rabbia.

E per oggi chiudo il cerchio.

Alla prossima! 







mercoledì 30 agosto 2017

Il richiamo della Montagna


Il richiamo della montagna ti afferra le viscere. E' lo stesso tuffo al cuore che ti provoca l'amore. 
Il richiamo della montagna arriva con dita fatte di vento, che si appoggiano sul tuo viso regalandoti il suo profumo. Arrivano le note delle erbe selvatiche e dei fiori di campo; gli aromatici larici e l'umida terra. Anche le rocce hanno un profumo, per coloro che credono di poterle annusare. Gli odori sono come amanti che penetrano nel tuo corpo scatenando ricordi, nostalgie, desideri.
Ed esplode il piacere.


Il richiamo della montagna è voce di irresistibili sirene. Canti di eternità, suggestioni e promesse. Dolce è il loro rapirti, conducendoti alla morte dell'ego come unica soglia verso un viaggio che solo poche/i possono intraprendere. Coloro che hanno il coraggio di guardare alla loro vera natura: specchio della piccolezza umana nell'universo. 


Il richiamo della montagna chiede di permetterti le emozioni più crude. Umana e animale divento, amo, godo, estasi, brividi, successo. Ho paura, mi deludo, rinuncia, fatica. Luce e ombra danzano in Madre Montagna, luce e ombra danzano in me mostrando che tutto è Uno e nulla è davvero separabile.


Il richiamo della montagna chiede fiducia. La dimora del drago custodisce preziosi tesori, per coloro che osano guardare nelle profondità dei suoi occhi. Piccoli sono i fiori in quota, indicano dove trovare bellezza e felicità. Nessun tesoro profondo per chi vuol conquistare invece che onorare; sottomettere invece che amare; comandare invece che imparare a essere alleata/o.


Il richiamo della montagna accende la mente di immagini sempre diverse. Manca la parola per descrivere la diversa qualità di ogni luogo che lei offre. Vorrei essere accolta dalla solennità dei boschi di conifere, ascoltare i canti delle anguane nelle fonti, abbracciare la saggezza delle rocce, danzare con gli spiriti del vento in cima alla cresta dove solo qualche arbusto s'attarda a restare. Lasciare all'aria i pesi della valle mentre bacio le invisibili impalpabili creature che lassù vivono. E mi lascio  da loro baciare. Accarezzare. Scuotere. Spostare. Spaventare. Ripulire. Pettinare. Raffreddare. Riscaldare. Avvolgere. Far danzare. Calmare. Innervosire. Rinsecchire. Nutrire.


Il richiamo della montagna ti invoglia a guardare oltre le apparenze. Ciò che appare diviso è in realtà unito in una danza. Il sopra e il sotto, il cielo e la terra, la destra e la sinistra. Se il tuo cuore è diviso vedrai separatezza. Ma è nell'unione che si cela l'estasi. Ed è allora che puoi espanderti. Sotto, sopra, in tutte le direzioni. Diventi terra e radici, diventi roccia e neve, diventi nuvole e vento; diventi alberi e fiori, diventi capra e falco, diventi formica e moscerino; diventi aghi di abete, diventi acqua di lago, diventi pietra. Rana di stagno, timorosa marmotta, canto di uccello, fruscio di rami, scorrere di sorgente, belare di pecora, freschezza di fonte, intensità del sole, odore di muschio, vescia che esplode, resina che cola, predatore che sbrana, spiga che danza...




E allora tu partecipi di Madre Montagna e Lei partecipa di te. Si fondono le essenze nell'Unità dell'intero universo. La vita, la morte, la rinascita. Non è che un lungo eterno presente. 


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Laura Ghianda, tramite l'associazione di promozione sociale "Tempio della Grande Madre", organizza passeggiate consapevoli per sperimentare un approccio spirituale alla montagna come luogo che riunisce le polarità e favorisce l'estasi.
Aggiornamenti alla pagina facebook "Dea nelle Dolomiti - I volti della Grande Madre"

mercoledì 28 dicembre 2016

OCEANIA recensita: natura-umanità, maschile-femminile - antichi simboli per nuove narrazioni

Attenzione, contiene spoiler!
Nota: la lettura che proponiamo si riferisce alla narrazione del film Disney e non alle leggende originali indigene.

Abbiamo dimenticato per cultura l’importanza delle narrazioni. Abbiamo creduto di poterle sostituire dalla razionalità ma questa sostituzione non è interamente possibile. Possiamo provare ad affiancare narrazione e razionalità. La narrazione manterrà sempre il suo fortissimo potere. La narrazione, come sapevano gli antichi, è magia. Le parole che narrano parlano direttamente al centro di noi stessi, arrivano alle nostre emozioni, plasmano le categorie con le quali guardiamo al mondo e, quindi, plasmano la nostra stessa realtà. 
Una differente narrazione può cambiare il mo(n)do, può cambiare noi stesse/i aprendoci nuovi orizzonti nella possibilità di essere, ecco perché ci investiamo così tanto.
Mentre dal piccolo della nostra associazione facciamo sforzi immensi per offrire altre narrazioni, su larga scala negli ultimi anni ci sta provando la Disney. Business o no, allo scopo ci riesce pure abbastanza bene. Dopo alcuni capolavori tipo Maleficent (recensita qui), Frozen, nonché Ribelle (recensito qui), è la volta di “Moana”, o meglio, “Oceania” dal momento che in Italia il nome originale (Moana in lingua maori e hawaiana significa “oceano”) è stato cambiato per il timore che le ricerche in google portassero dritte alla ormai nota pornostar scomparsa vent’anni fa.

Di narrazioni parliamo, e con una narrazione inizia anche il film.
 “In principio c’era solo l’oceano, finché non emerse l’isola Madre Te Fiti”.
Un mito cosmogonico, l’Origine, le acque primordiali e l’inizio della vita.
Ma il cuore di Te Fiti aveva un potere: il potere della creazione, che condivideva con tutto il mondo. 
E come ricorre nei miti cosmogonici di pressoché tutti i continenti, il potere di creazione della Grande Madre è guardato con invidia.
E come sovente ricorre, sempre nei suddetti miti cosmogonici, un personaggio di sesso maschile l’ha rubato per donarlo agli uomini. In questo caso Maui, un semidio armato di un gigante amo magico che gli consente di essere un mutaforma.
La frattura che troviamo anche in Malefica ha inizio: l’armonia viene spezzata, assieme all'alleanza umano-natura per brama di potere e desiderio di dominio, o di gloria. 
Senza più il cuore della Dea la natura inizia a marcire, il disequilibrio porta ovunque morte e desolazione e badate che volutamente non sto usando le categorie “bene-male”, ma “equilibrio-disequilibrio”. Con la fine dell’alleanza natura-umanità inizia anche la dicotomia “natura-cultura”, ancora oggi i due termini della coppia sono percepiti (perché cosi sono narrati) come opposti.
Dopo il furto, Maui viene inseguito dal demone della lava e della terra Te Ka, perde il suo amo, il cuore di Te Fiti e per mille anni viene confinato su di un’isola deserta.

Questo viene raccontato dalla madre del capo villaggio a una piccola Vaiana entusiasta.
La piccola è attratta dall’oceano e dall’avventura e, avvicinandosi a esso, accade una magia. L’acqua chiama la piccola attraverso una pista di splendide conchiglie e poi interagisce con lei, fino a portarle il perduto cuore di Te Fiti, una piccola pietra verde con l’incisione della doppia spirale.
Ma la magia s’interrompe bruscamente quando il padre, preoccupato per l’allontanamento della piccola, prende in braccio Vaiana e il cuore ritorna nell’oceano. Almeno finché non lo recupera nonna Tala, sedicente “pazza del villaggio”, in realtà molto molto moooltissimo di più.

Nonna Tala è un personaggio chiave. Incarna l’archetipo della Crona nel suo aspetto di "colei che ti riporta alla vera essenza di ciò che sei". Colei che chiede di ascoltare l'autentica e unica tua canzone dell'anima. Abbastanza anziana da infischiarsene del parere degli altri, passa lungo tempo a danzare in simbiosi con l’oceano e con le mante, suo animale totemico. Colei che il suo posto l’ha trovato eccome.
Vaiana sarà la futura capa del villaggio, e in lei è presente la scissione tra la consapevolezza dei propri doveri e il desiderio di trovare la sua natura e il suo destino. E sarà proprio la nonna a spingerla verso questa seconda direzione. La contraddizione, come spesso accade, e' solo apparente: vedremo che non potrà esserci una cosa senza l'altra.
L’occasione arriva quando anche sull’isola di Vaiana le piante cominciano a marcire e il pesce a scarseggiare. L’isola così tanto narrata e cantata come paradiso di abbondanza e armonia non è immune ai danni causati dall'antica frattura, dal furto del cuore di Te Fiti compiuto da Maui.
E così il richiamo dell’oceano si fa sentire. Vaiana propone di superare il reef, la barriera corallina, in cerca di nuovo pesce. Ma il padre glielo impedisce. Un vecchio tabù è stato imposto al fine di proteggere la gente del villaggio e la barriera corallina diventa il confine ultimo oltre il quale non ci si può spingere. Vaiana disobbedisce e di nascosto parte, ma oltre la barriera la forza del mare distrugge la sua barca mettendo la sua vita in pericolo.
Tornata sull’isola, Tala la nonna-Crona la riporta alla sua vera natura: dopo che la madre le ha raccontato la disavventura del padre in gioventù, che perse un amico nel tentativo di superare il reef, Tala la spinge a esplorare l’interno di una grotta (chiaro il simbolismo?) dove da un migliaio di anni sono nascoste le antiche imbarcazioni che gli antenati utilizzarono per navigare le isole del pacifico. Di più: Tala le racconta di essere stata presente il giorno che “l’oceano l’avrebbe scelta per riportare il cuore di Te Fiti al suo posto”.
All'interno della grotta Moana/Vaiana suonerà un antico tamburo che porterà le visioni degli antichi antenati navigatori, assieme ai fuochi si riaccende anche la sua passione. 
All'interno della grotta Vaiana trova la risposta che cercava.
Vaiana partirà. E la scelta ha il valore dell'iniziazione: anche quella femminile può partire da un dilemma, da una scelta, da un'azione attiva. E in tutto il viaggio che intraprenderà, parte della sua iniziazione, troverà ciò che le serve per essere una capa integra e completa.
Le iniziazioni sono sempre tappe verso il raggiungimento di un sé più completo.

Tala le spiega come ritrovare Maui, per spingerlo a riporre il cuore della Dea al suo posto e ripristinare così l'equilibrio.

E così Vaiana parte di nascosto dal suo villaggio, servendosi di una piccola imbarcazione reperita nella grotta, ritrovandosi a bordo il gallo più idiota della storia. E lo fa proprio il giorno della morte della nonnina, che da li in poi la seguirà in spirito.
Procede abbastanza bene fino a quando una tempesta rovescia l’imbarcazione e la spinge sulle rive di un’isola deserta: l’isola di Maui.
Il tentativo di ingaggiare Maui per ripristinare l’antica armonia fallisce miseramente con il semidio che rinchiude Vaiana in una grotta e tenta di fregarle la barca al fine di andare a riprendersi il suo amo magico, che è finito nella collezione di preziosi di Tamatoa, un immenso granchio dall'accento simile al piccolo Sebastian della sirenetta.
Vaiana però, agile come uno scoiattolo, riesce a trovare una via di fuga e, aiutata dall'oceano, raggiunge l’imbarcazione di Maui, il quale è restio anche solo ad avvicinarsi al cuore della Dea, che crede essere portatore di una maledizione. Di fatti, da lì a poco compaiono i Kakamora, terribili quanto coccolosi mini piratini vestiti da noci di cocco che desiderano impossessarsi della pietra e del suo potere. 
Maui e Vaiana la scampano in modo rocambolesco e anche piuttosto buffo, e Maui  accetta la missione, ma perché Vaiana ha colto nel segno: la possibilità della vera gloria. Maui infatti fino a quel momento non sapeva che non è affatto considerato l’eroe che crede di essere. E l’attenzione degli uomini è quanto più gli interessa nella sua esistenza. 
La condizione però è di recuperare l’amo magico da Tamatoa.

Tamatoa sta nel regno dei mostri selvaggi, un’affascinante versione del mondo di sotto adatto al continente oceania. L’ingresso è su un’alta roccia vulcanica attraverso un lungo salto nel vuoto.
Se fino ad adesso Vaiana è trattata da Maui con aria di sufficienza, è qui che inizia anche la collaborazione tra i due grazie alla quale l’amo è recuperato: lui ha bisogno di lei, deve imparare a guardarla con altri occhi. 
La navigazione può riprendere alla volta di Te Fiti. Ora è lei che ha bisogno di lui: Maui insegna a Vaiana l’arte di navigare usando le stelle. 
Qui la ragazza gli pone domande rispetto alla sua nascita. Lui inizialmente non ne vuole parlare ma poi racconta di essere nato da genitori umani e subito abbandonato dalla madre che l’ha gettato in mare. La scena è ritratta in uno dei tatuaggi che lui tiene ben nascosto sotto i capelli. Solo dopo sarebbe stato soccorso e allevato dagli dei, i quali gli hanno donato l’amo magico.
La ferita da abbandono è il motore di Maui: ogni sua gesta, ogni suo tentativo di passare da eroe finanche il furto del cuore di Te Fiti era spinta dal suo bisogno di essere amato dagli stessi uomini che l’hanno abbandonato. Una tirata d'orecchi al mito dell'eroe spietato: si smette di giustificare ogni sopruso come atto eroico e si comincia a volgere lo sguardo verso l'interno. Anche gli eroi sono umani, anche gli eroi hanno sentimenti, dolore e una psiche come la nostra. Maui ha rubato il cuore della Grande Madre, lo stesso cuore che la madre biologica non gli ha donato. Lo schema si replica assieme al perpetuarsi della ferita.

Arrivati presso Te Fiti incontrano il demone del fuoco e della terra Te Ka che non da loro tregua. L’amo di Maui subisce un colpo che lo danneggia seriamente e i due litigano: Maui accusa Vaiana per aver tentato una manovra azzardata e mette in discussione il suo essere stata scelta dall’oceano. Vaiana viene così abbandonata dal suo compagno e implora l’oceano di scegliere un’altra persona per portare a termine la missione. Il cuore di Te Fiti torna sul fondale.
Agisce di nuovo la crona, che arriva in soccorso:è lo spirito di nonna Tala, nella forma di una luminosa manta, assieme agli antenati di Vaiana, che incoraggiano la ragazza a seguire il suo cuore. Lei prende coraggio, recupera la pietra e riesce a ingannare Te Ka, ma non per molto.
E’ Maui a tornare in soccorso, pentito di averla abbandonata, e con un ultimo colpo arresta la furia di Te Ka ma ne va del suo amo, definitivamente rotto.
Vaiana però si accorge che Te Fiti nella forma di isola non c’è più, comprendendo che la Dea si è tramutata nel demone lava una volta che le è stato sottratto il cuore. 
Di nuovo, il tema dell’antica ferita. Come in Malefica, il disequilibrio ha inizio quando l’inseparabile viene separato, quando viene diviso ciò che in principio era unito. La Dea, da dispensatrice di vita, armonia e abbondanza, diviene puro concentrato di rabbia e distruzione.
Cantando, Vaiana chiede a Te Ka di ricordarsi chi è veramente, mentre chiede all'oceano di aprirsi per permettere alla lava di raggiungerla. Te Ka le permette di restituirle il cuore e la Dea Te Fiti riprende la sua spettacolare, magnifica, incantevole forma. La vita rinasce a poco a poco, nel suo naturale alternarsi di prosperità e morte. E io piango.
Ho amato molto ciò che accade ora: la Dea guarda Maui di storto, ma lui si scusa senza riserve e lei lo accoglie. Lui ha creato il pasticcio. Lui però ha contribuito al rimedio: è cambiato incontrando Vaiana e condividendo esperienze con lei. Lo ricompensa: con un nuovo amo magico, mentre Vaiana viene ricompensata con una nuova barca prima che la Dea torni nella sua forma di isola.
Il finale è una capa Vaiana che torna dal suo popolo, deposita una splendida conchiglia (simbolo della yoni in pressoché tutte le culture del mondo) come suo emblema al posto delle pietre piatte che tutti i suoi antenati capi posavano in pila a segno del proprio status, insegna a navigare alla sua gente che parte alla scoperta di nuove isole, accompagnati dallo spirito della manta-nonna e da Maui sotto forma di falco.

Trovo splendida la possibilità di riscatto per il maschile patriarcale, che può avere riabilitazione e riconoscimento dopo la collaborazione maschile-femminile per riportare il cuore tolto alla Dea. Viene a cadere il mito dell’eroe che devasta, uccide, ruba e sottomette la natura in favore del mio caro concetto di “eroismo condiviso”, lui e lei che collaborano per salvaguardare l’equilibrio e le leggi della natura. Un doppio cambio: 1- dall'eroe singolo e maschile a un eroe multiplo nel numero e nel genere; 2- cambia ciò che viene definito “gesto eroico”: dalla sottomissione della natura all'alleanza con essa.
Occorre rinarrare anche un nuovo maschile.
Adoro questo lieto fine che non è il solito vomitevole matrimonio dei classici, ma una collaborazione per rinsaldare l’antica frattura. Umanità e natura tornano alleati, in questa alleanza si moltiplica l’abbondanza: esattamente come narrano gli antichi miti cosmogonici di tutti i continenti. I veri miti intendo, non quelli del film. 
Alleati tornano a essere anche maschile e femminile (senza bisogno di infilare la forma sociale del matrimonio!), finalmente sul medesimo piano e non in quell'asimmetria di ruoli di molte fiabe classiche in cui l’uno incarna in via esclusiva la polarità attiva e l’altra quella passiva. 
L'attivo e il passivo invece qui danzano, alternandosi in lui e in lei più volte in uno scambio proficuo ove entrambi ne escono vincitori e cambiati. Entrambi il risultato di una propria iniziazione.
E il cerchio si chiude, per iniziare un nuovo ciclo.

Danza dell'attivo/passivo: la nostra proposta, nell'uscire dal pensiero duale oppositivo che tutto separa in rigide coppie di opposti (per approfondire "se il femminile è anche Sole e il maschile anche Luna" oppure  "Chi ha paura della Dea Madre"), è quella di un essere umano completo di tutte queste polarità, che non necessitano di essere attribuite a un singolo genere: l'essere attivo non è "il nostro maschile", l'essere passivo non è "il nostro femminile", ad esempio. Esiste un attivo femminile quanto un passivo maschile. Ogni essere umano ha questi strumenti entrambi fondamentali, può godere della portata simbolica di queste categorie, e potenzialmente è completo. Non significa annullare le differenze, significa abbandonare l'idea che la differenza sorga da una "mancanza" o "mutilazione". 
Quello che può cambiare, è il movimento di energia tra queste polarità e la collocazione delle stesse polarità nel corpo. Ammesso di essere disponibili a riconoscere il corpo come sacro e non in antitesi con lo spirito (altro frutto del pensiero duale oppositivo).

Te Fiti come isola madre: per anni la mia razionalità e i miei studi mi hanno spinto a guardare con scetticismo al riconoscimento di forme antropomorfe nel paesaggio. In psicologia ha un nome, "pareidolia", ed è considerata una forma di illusione. E' solo con il tempo che ho compreso il significato simbolico in questo sguardo: che sia in forma antropomorfa, zoomorfa o come pare a chi legge, queste forme hanno in sé un riconoscimento di sacralità. L'avere tramutato questa tendenza (che in questo senso ora per me è una vera pratica spirituale) in un'illusione dotata di un nome tecnico dimostra quanto il nostro sguardo sia assuefatto dalla morte della materia, che nella nostra cultura si traduce in un concepire la terra/Terra come ammasso di risorse da sfruttare, senza limite. Con la pretesa della razionalità assoluta inoltre, stiamo perdendo la poesia.
Ben venga Te Fiti con la sua bellezza, ben vengano tutte le forme della Dea riconoscibili nelle nostre terre.

Spostandoci dall'analisi di questo simbolismo per dovere di cronaca è opportuno anche spendere due parole sulle polemiche sollevate da parte dei popoli indigeni polinesiani e hawaiani sul film. In particolare è stata molto criticata la versione di Maui proposta, rielaborazione di un antenato mitico qui considerata svilente. L’aver preso alla leggera il valore culturale del tatuaggio maori ha fatto si che la Disney fosse costretta a ritirare il costume per bambini del semidio destinato al merchandising. Altri malumori sono dipesi da altri stereotipi sulla cultura maori (non ultima la stazza di Maui) e dalla scarsa accuratezza storica sulle origini del popolo polinesiano.
Il demone Te Ka è ispirato dalla Dea Pele, dea vulcano Hawaiana (e in parte da Mahuika – Dea del fuoco maori – a dimostrazione che ovunque nel mondo il fuoco è anche elemento femminile), che però non è richiudibile banalmente nella categoria “cattiva”; inoltre, non è che gli elementi culturali delle isole Hawaii siano assimilabili alla cultura maori giusto perché “è tutto oceania”, cosa che nel film avviene con forse un po’ di leggerezza. Un po’ come rappresentare siciliani che mangiano wurstel e crauti perché “tanto è tutta Europa”.

Ma che dire se non che scelgo di mettere in luce la narrazione di un differente femminile, altrettanto attivo, solare, fiero e completo della controparte maschile la quale ha pure occasione di riscatto, nonché una differente relazione tra i due. E che di questo c’è un gran bisogno. 
Mi immagino come sarei cresciuta se da piccola avessi avuto questi modelli di donna, così simili a me, invece della violenza che mi sono autoimposta per somigliare alle passive, eternamente irraggiungibilmente bellissime, eteree, lunari principesse in perenne attesa del principe…(racconto sull'effetto delle fiabe classiche sulla mia crescita qui)

mercoledì 10 agosto 2016

Chi ha paura della Dea Madre?


Non sarà un po' squilibrato questo movimento "della Dea", della "Grande Madre", che sta gradualmente prendendo piede anche in Italia?
Perché si parla di "Dea"? Non di Dio? Si vuole forse escludere il maschile?
Questo articolo vuol tentare di rispondere a queste ed altre domande. 
Ho ultimamente letto più interventi su cosa sarebbe il "sacro femminino", interventi "dall'esterno" che, con lenti anche piuttosto ostili, hanno tentato chi in un modo chi in un altro di chiudere la filosofia della "Grande Madre" in paletti predefiniti. Tutti però paletti inesatti, a volte di parecchio, perché è molto difficile parlare con esattezza di qualcosa che si conosce solo parzialmente. 
Lo è anche di più se ci poniamo verso questa materia con pregiudizi e paura.
Vediamo di offrire qualche spunto per aiutare a fare chiarezza, partendo da alcune delle più comuni affermazioni.

1- "la Dea taglia fuori il maschile ed è quindi un movimento squilibrato"
Come scritto per esteso in questo articolo recente (per approfondire), bisogna fare chiarezza su almeno due modi possibili di intendere il "Tutto", la "Creazione", l'"Universo" o come lo vogliamo chiamare.
Modello A- il modello dicotomico. 
Significa che tutto è scisso in due metà. Due polarità. 
Queste polarità sono antitetiche, cioè percepite come "opposti" in continuo scontro tra loro.
Bianco/nero, luce/buio, natura/cultura, cielo/terra, spirito/materia, sole/luna, maschile/femminile eccetera. L'una combatte l'altra, se sale l'una, l'altra scende. Il rapporto è di tipo vincitore/vinto.
In questa visione la vita prosegue mediante un eterno scontro tra forze.
Il motore dell'universo sarebbe rappresentato attraverso una metafora bellica!
Questo è il pensiero dominante ancora oggi.
Una delle polarità è concepita come "bene", l'altra come "male". E quindi sono messe in rapporto gerarchico tra loro, nel senso che la polarità considerata "bene" deve essere vincente su quella considerata "male" o comunque "meno bene". A questo approccio si lega anche la metafora dell'"uccisione del drago".

Modello B- nell'altro modello le polarità comunque sono contemplate. Ma al posto della metafora bellica beh... tra esse vi è una tensione erotica. Il motore dell'universo è quindi una danza non una lotta. La creazione è in continuo movimento, in una ricerca di armonia.
Oltre alle polarità, vi è un terzo principio che ha la funzione di equilibrare e mantenere il movimento armonico: la Grande Madre. Una metafora di ventre enorme in grado di mantenere al suo interno tutte le polarità in equilibrio.
Maschile e femminile non sono che figli gemelli nel suo ventre. Come tutte le altre polarità.
Il rapporto qui è vincitore/vincitore.
Il drago non lo si uccide, ci si cavalca assieme.

Dire quindi che "la Grande Madre" escluderebbe il maschile significa non accorgerci che stiamo usando un metro di misura (A) per leggere una realtà che invece si basa su tutt'altro simbolismo e tutt'altro metro di misura (B).
Riconosco essere un fraintendimento tutt'altro che raro, dal momento che anche alcuni siti/libri/blog che ultimamente hanno molta foga di scrivere sull'argomento presentano "la Dea" in questo modo dualista. Luna contro sole, piuttosto che terra contro cielo, ecc.
Ma "Dea" in questo senso NON È la metà femminile dell'universo. Bensì il principio terzo che equilibria e sintetizza le polarità. 
Lo stesso nome "dea" sarebbe da considerarsi impreciso, proprio perché coniato dal momento in cui tutto è stato diviso per due e separato l'inseparabile. Il tempo in cui "sacro" e stato tramutato in "divino". Possiamo usarlo ma con la consapevolezza di ciò che diciamo. 

Visto questo simbolismo, ha ancora senso dire che "si escluderebbe il maschile"?

2- "ma perché allora ci sono cosi tanti cerchi di donne?"
Facciamo un passo indietro.
La risposta a questa domanda passa per un'altra domanda. Questa: "parliamo tanto di ricerca di equilibrio, ma ci siamo mai un momento fermati a considerare il contenuto di ciò che diciamo essere "maschile" e ciò che diciamo essere "femminile"?
Siamo così sicuri e abituati a fare professioni di fede da non chiederci se le idee che abbiamo sull'argomento siano in effetti "concetti neutrali o naturali" piuttosto invece che una continua elaborazione culturale ereditata da determinati e precisi modelli di cultura, affatto così "equilibrati".
Il movimento della Grande Madre mette in discussione gli archetipi di maschile e femminile ricevuti "in eredità" da sistemi culturali che per secoli se non millenni si sono basati sul rapporto "dominatore/dominato", sul "vincente/vinto". 
Questo perché gli archetipi che veneriamo diventano matrici che riproducono un certo modello sociale, un certo modo di essere, con concreti effetti nell'agire cultura e nelle nostre scelte, nonché nella nostra percezione di cosa è giusto o sbagliato, lecito o illecito, eccetera.
Il sistema di lettura dell'universo che ho definito "modello A", il modello dicotomico, ha prodotto i suoi archetipi, funzionali al mantenimento dello stesso sistema "vincitore/vinto".
Siamo ancora intrappolati qui senza rendercene nemmeno conto. 
Ma questo sistema ha mutilato tanto il maschile quanto il femminile, ha svuotato il mondo della possibilità di letture più ricche e complesse. Oltre a continuare a farci ammazzare l'un l'altro, poiché questo è il modello della guerra, amici e amiche mie/i. Il mondo che esprimiamo non è che il riflesso di quel che abbiamo dentro.
immagine da cultura . biografieonline . it
Un esempio di questa mutilazione nel maschile e nel femminile?
Prendiamo gli elementi.
Alcune correnti presentano aria e fuoco come maschili, terra e acqua come femminili.
Cosi è stato mutilato il femminile del suo aspetto solare e logico, mentre è stato derubato il maschile del suo aspetto terrigno e della sua sfera emotiva.
Lo studio di antichi miti ci porta molti esempi di dee anche solari, del fuoco, dell'aria. Cosi come esistono dei anche dell'acqua, della luna e pure della terra.
Chiusi in queste rigide settorializzazioni, con tanto di tabelle che definiscono quale elemento della coppia sia femminile e quale maschile, manchiamo di percepirci come esseri completi. 
Come possa esserci equilibrio, continuando a venerare archetipi mutilati, è la mia domanda più sentita.
Non significa essere "uguali", affatto! Significa che oggi ancora cerchiamo la differenza in una mutilazione, dove ogni essere è "una metà" prestabilita e non un intero, pensiero che ha causato danni incalcolabili e ancora ne causa. Significa che abbiamo suddiviso e reso rigidi quelli che sono strumenti e possibilità di tutto l'umano.
A parere di chi segue questa tradizione, acquisendo la consapevolezza di essere "completi" sarà possibile ripartire anche a valutare quali differenze e come agire in sinergia. Siamo ancora lontani. 

Per rispondere alla domanda iniziale di cui al punto 2, la ragione per cui sono più donne che uomini a lavorare su questi temi è certo storica, culturale, sociale. Secoli di oppressione del femminile ha portato alla consapevolezza di questa mutilazione e alla voglia di riscoprirsi complete. 
In particolare il femminile si è accorto che è stato associato, nelle famose "tabelle di corrispondenze", ai termini delle polarità percepite se non proprio come "male assoluto" (ma nella storia anche questo capitò, Eva e Pandora nei miti patriarcali ad esempio) di sicuro come  "meno bene".
Ecco un esempio.
Slide di proprietà intellettuale di Laura Ghianda, utilizzabile solo mediante permesso scritto dell'autrice
Ovvero, "qualcuna" si è stancata di essere considerata per natura "debole, incostante ("la donna è mobile, qual piuma al vento..."), intuitiva ma non razionale, nebbiosa e lunare, tutta emozioni acquatiche ma non fuoco di azione nel mondo, associata alla carnalità e al capriccio, passiva sessualmente al punto che qualcuno ancora prescrive che la "naturale" posizione sessuale sarebbe quella del missionario (lui sopra lei sotto). Eccetera. "Qualcuna" si è stancata di non avere parola in queste definizioni, nell'assistere alla mancata attribuzione di valore della sua esperienza del mondo.
Ecco che i cerchi di donne sono di più: hanno cominciato prima. 

Ma da perdere hanno anche gli uomini. 
E i cerchi degli uomini esistono, poiché iniziano a esserne consapevoli gli uomini stessi.
La forza e la debolezza non sono forse caratteristiche di entrambi? Non è diritto degli uomini "permettersi" di avere paura, di poter essere a volte deboli, di non aver voglia di agire, di conoscere le proprie acquatiche emozioni e dichiararle, eccetera? 
Tutto ciò che "non ci permettiamo" di essere perchè non corrisponde ai modelli archetipici che ci imponiamo sfoga in azioni e stati distorti. Generano infelicità, ALTRO CHE EQUILIBRIO!

In Inghilterra il lavoro è più evoluto, esistono anche tende bianche in cui regolarmente gli uomini si radunano per lavorare su di sé. In Italia abbiamo i nostri primi tentativi. Il prossimo cerchio degli uomini in questa tradizione si terrà a settembre, proprio sugli aspetti sani e distorti degli archetipi maschili.
Basta ricercare un poco di più e non fermarsi all'apparenza, per vedere anche il movimento maschile correlato.

3- "si ma se lavori sul femminile trascuri comunque il maschile"
Ho due considerazioni rispetto a questa affermazione.

Considerazione 1- non possiamo fermarci al puro lavoro intellettuale. Il nostro cammino integra costantemente il corpo e l'esperienza (perché la separazione corpo/mente con il conseguente presunto primato della mente appartiene alla famosa lettura dicotomica dell'universo, vedi modello A e tabellina delle corrispondenze).
Come trovo irritante imbattermi in alcuni uomini che ridicolizzano la saggezza del mio corpo e mi indicano come "dovrebbe essere il femminile" e come dovrebbe essere "la mia esperienza di donna" per essere degna di essere presa in considerazione, ritengo arrogante pormi, all'opposto, come colei che impone agli uomini come vivere il maschile.
La maggior parte dei cerchi che tengo sono misti. Adoro gli uomini e il lavoro con loro. Ho esperienze bellissime che potrei raccontare. 
Invito gli uomini ad esplorare il nostro lavoro! Ma invito anche a fare il loro poiché nessuno meglio di loro può esplorare una sana mascolinità. 
Allora i cerchi devono restare separati? Certo che no!
Considero il lavoro nei cerchi come il camminare: quando cammino procedo alternando una gamba all'altra. Una gamba rappresenta il lavoro nei cerchi misti, che rappresentano la nostra comunità, il bisogno di scambio, di guarigione delle nostre relazioni (di cui abbiamo disperatamente bisogno) e di nuova co-costruazione e condivisione del mondo; l'altra gamba rappresenta il lavoro tra donne o tra uomini o anche tra chi non si riconosce negli uni o nelle altre. 
Non possiamo fare tutti quanti tutte le cose da fare, semplicemente impossibile: qualcuno può preferire portare avanti il lavoro misto. Qualcuno può preferire dedicarsi ai lavori "separati". Qualcuno può fare questo o quello. 
Occorre imparare a dividersi i compiti e a seguire le nostre vocazioni e i nostri doni!

Considerazione 2- l'inganno della percezione della dicotomia.
Se dentro di me ho scardinato la metafora bellica che mi fa vedere le polarità in scontro, competizione, rivalità ma perché mai la guarigione delle donne, il loro essere complete, dovrebbe danneggiare il maschile e viceversa?
Questo passo/principio è particolarmente importante. 
Esempio:
tutte le volte che si denunciano meccanismi di oppressione ancora in atto del femminile -perche' siamo lontani dal vivere in una cultura anche vagamente equilibrata e in quanto appartenente al genere femminile mi viene spontaneo notarlo- c'è chi crede che questa denuncia sottragga qualcosa al maschile. E protesta. Invece che scorgere nelle oppressioni una matrice comune, si accusa "l'altro" di "fare di peggio"! 
Questo è il frutto del pensiero dicotomico.
Perché nel mondo che sogno per i miei e le mie nipoti, maschile e femminile danzano interconnessi. Il danno all'uno è danno anche per l'altro. Perché quando siamo consapevoli che l'intero universo è interconnesso, quando siamo profondamente consapevoli di fare tutte e tutti parte di una rete di fili invisibili, l'infelicità di una parte renderà infelici le stesse corde che connettono tutti. Tutti ci perdono.
Un maschile sano è un dono anche per il femminile.
Un femminile sano è un dono anche per il maschile.
Oggi non abbiamo, a livello sistemico, né un femminile sano, né un maschile sano.

Se vediamo "l'altro" come rivale, se generalizziamo nel classico "nemico comune" significa che siamo intrappolati nel modello "A". Nel modello "A" nessun equilibrio è possibile. Solo eterna guerra. Eterna diffidenza. Eterna paura. E qui dobbiamo lavorare, su di noi in primis.
In più, se vogliamo apprendere letture più complesse del mondo, è tempo di comprendere che nessuno può "sapere tutto". La spiritualità coi "super poteri", dove un guru è onnisciente e perfetto, è modello superato. 
Occorre sviluppare ascolto e empatia e apprendere gli uni dagli altri. Sapendo che "dove non vedo io puoi vedere tu." E viceversa.
E di concrete, libere, sincere esperienze femminili e maschili del mondo siamo ancora carenti.

Immagine: "la danza del maschile e del femminile", Josephine Wall


4- "la Dea come monoteismo (critica adottata da chi si definisce politeista) /la Dea come politeismo (critica adottata da chi è monoteista).
Uscendo un attimo dalle polarità e paure di presunti disequilibri, mi sono imbattuta anche in posizioni che proiettavano nella "Dea" tutti gli attributi del Dio maschile monoteista. Trascendenza (=essere lontano dalla creazione e dal mondo, in posizione esterna rispetto agli stessi) compresa.
O viceversa. Curioso. Stesso fenomeno, constatazioni opposte!
Ogni qual volta usiamo troppo il logos e la mente, rischiamo di utilizzare categorie di pensiero nate in contesti differenti per spiegare qualcosa che non appartiene a quei contesti.
Di nuovo possiamo usare la metafora delle differenti unità di misura. Usiamo metri per misurare litri.
Parole come monoteismo/politeismo non hanno un senso per il loro significato preciso nella simbologia della Grande Madre.
Potremmo dare l'idea dicendo che è entrambe le cose ma il taglio preciso di queste due parole, come l'ho appreso nel mio corso di filosofia delle religioni all'Università, mi impedisce di usarle per tentare spiegazioni quando parlo di questa tradizione.
La Grande Madre, rappresentando l'universo, può essere vista come unità, si. Ma non del tipo "monoteista". Non trascende la materia, che è piuttosto parte di lei. Non è la statica entità esterna che ha già creato tutto. Vive nella Creazione sempre in corso. È contenitore e contenuto, è movimento continuo.
Allo stesso tempo uno dei suoi epiteti è "Colei dai mille nomi". E dai mille volti (agisce anche nel maschile).
Eppur non è il "politeismo" della separazione, i suoi molti volti non giacciono senza interconnessioni anche laddove appaiono opposti.
Difficile definirla. Ma possibile farne esperienza. Da tutti. Attraverso la vita. E la restituzione di questa sacralità attraverso la vita è precisamente uno dei nostri scopi.

5- "usando la parola madre tagli comunque fuori il padre"
Devo dire che qui usiamo lenti "patriarcali" o almeno "culturali" per leggere il fenomeno materno/paterno.
Se non possiamo avere fonti storiche precise sui suddetti concetti nell'Europa Antica, abbiamo precise fonti nelle attuali culture esistenti che si autodefiniscono matriarcati (N.B. matriarcati= "all'origine le madri" e non "dominio delle madri" in forma speculare al patriarcato).
E abbiamo il continuo lavoro di ricerca sull'intelligenza analogica.
Il "padre" occidentale è invenzione "recente". Togliamoci il romanticismo degli attuali padri più attenti e coccoloni, è nato come concetto di nuda proprietà. Su figli e grembo femminile.
Nei matriarcati esiste ed è di estrema importanza la figura di cura maschile, checché se ne dica; il "valore del materno" è donato da quella Grande Madre lì, quella delle origini, a tutti i suoi membri: donne e uomini. Esistono quindi anche uomini materni che a differenza di molti occidentali non si vergognano di definirsi tali anzi, è un onore. 
Penso che alcuni padri attuali (tra cui il padre di mia figlia, vorrei ricordarlo) si stiano lentamente avvicinando a quegli uomini materni di cui -grazie a cielo e terra- il mondo ha davvero bisogno. Ma rimando approfondimenti ulteriori a un articolo a parte che prima o poi stenderò perché l'argomento è troppo vasto, delicato e solleva molti temi, non ultima un'analisi psicopedagogica del modello educativo da cui proveniamo. Non è il momento.
In questi modelli di società "che all'origine mettono il materno", questo materno è applicato da tutti i membri in tutto l'agire cultura. Tutti i membri decidono assieme, con il metodo del consenso, come proseguire. Uomini e donne. Non solo donne a scapito del maschile come qualcuno vorrebbe fare intendere! Bensì, mi ripeto, uomini assieme alle donne.
Noi siamo ancora imprigionati in un'idea patriarcale di maternità, cosa questa che genera incomprensioni sull'argomento. E da parte di uomini, e da parte di donne.
Non si tratta nemmeno di proiettare i conflitti che molti di noi hanno con le proprie madri nella Madre Cosmica! Perché il materno della nostra cultura è profondamente ferito. Anch'esso mutilato.

Rispetto alla "capacità generativa", l'idea del possesso, della prestazione, della "potenza" è talmente radicata in modo esclusivo in noi, che ancora fatichiamo a cogliere il simbolismo della Madre cosmica.
Restando piuttosto nella disputa dei due gameti che occorrono alla procreazione (che a dirla tutta spesso si semplifica a "un ventre e un gamete" quando sono due gameti e un ventre), ignoriamo la potenza dell'immagine che bene spiega la sacralizzazione del materno: quella del "cancello tra i mondi".
La sorgente da cui dal nulla vien fatta entrare la vita nel mondo è anche il luogo del ritorno. I corpi dei nostri antenati e delle nostre antenate erano non a caso seppelliti sovente in posizione fetale, dipinti della rossa ocra che simboleggia il sangue della vita e del parto, e riposti in tombe che riproducono il ventre gravido.
La sorgente, il ritorno.
Materno come Creazione perché allo stesso modo dal nulla qualcosa di nuovo inizia ad esistere ed entrare nel mondo. E a questo gli uomini partecipano, perché questo materno non è strettamente legato al "far figli" ma all'intera metafora della creazione, soprattutto al COME creare. Progetti? Arte? Ma più semplicemente: l'AGIRE CULTURA, concetto chiave di questa filosofia. L'agire cultura che rappresenta la natura di OGNI essere umano, uomo e donna, e anche in questo preciso AGIRE CULTURA sta la Grande Madre, sta la continuazione della Creazione. Ben diverso dall'idea ancora attuale che il maschile "agisca all'esterno", nel mondo, mentre la donna debba agire confinata nelle mura domestiche, non è vero?
Ma ben lontana anche dall'idea che "il maschile sia tagliato fuori".

Il ventre della Grande Madre mantiene la vita, equilibra i suoi figli e le polarità, dando a tutti gli stessi doni e la stessa possibilità di espressione nel mondo, attraverso piacere e armonia, perché attraverso quel cancello ci passano tutti/e.

Non sarà, questo cammino, una "chiamata" per tutti e tutte.
Ma da qui a vederne grandi demoni e rischi di sconvolgimento per il mondo intero, da qui a scrivere articoli denigratori, a spaventare la gente.... forse ne passa un bel po', non viene pare?
Vorrei solo ricordare che l'onestà intellettuale passa per una sincera ricerca negli ambiti che non sono nostri e di cui vogliamo scrivere o narrare.
Altrimenti è puro bisogno di screditare, alimentato dall'odio. 
Un qualcosa che mi suona parecchio lontano dal "risveglio" che vorremmo.
Libera reinterpretazione di immagini dal web, Laura Ghianda