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domenica 11 novembre 2012

SACERDOTESSA? Ma cosa vuol dire?

Una lunga riflessione questa, che ho scritto qualche tempo fa, ma che ritengo ancora attuale.
Per chi crede sia necessario interrogarci sul significato di ciò che facciamo e rivendichiamo. Andare un pò più a fondo.
Un tema complesso, di cui porto la mia sentita e appassionata opinione.




Quando, nel 2007, conclusi il primo anno di studi presso il Glastonbury Goddess Temple, e decisi di prendermi una pausa per operare un doveroso cambio di vita, iniziai anche a meditare sulla seconda spirale offerta dal training, che si addentra nel labirinto del sacerdozio. La mia pancia me l’ha sempre detto: “tu vuoi fare la sacerdotessa”. Provai anche a discutere di questa curiosa cosa a cavallo tra medie e superiori, con il parroco della mia parrocchia di allora, protestando sul fatto che alle donne, nella religione Cattolica, non sia permesso di esser sacerdotesse. La sua risposta mi lasciò del tutto insoddisfatta: “Gesù era un uomo, e anche l’occhio vuole la sua parte e comunque, puoi sempre farti suora”. Fu la goccia che fece traboccare in me il vaso del rifiuto del Cattolicesimo come riferimento nella mia spiritualità.


Da allora al 2007 di acqua ne è passata. Una mia concezione di spiritualità si è fatta sempre più prepotentemente strada, confermandosi attraverso avventure e coincidenze, viaggi e storie di vita, che hanno reso la mia relativamente giovane esistenza piuttosto… poco noiosa e monotona! Ho scelto di camminare lungo uno dei possibili Sentieri di riscoperta del Sacro Femminino, approdando proprio a Glastonbury, per una sincera condivisione del suo approccio non gerarchico (nessun capo o sommo sacerdote), non sessista (anche l’esclusione incondizionata e a priori degli uomini in qualsiasi momento di studio o celebrazione, per me, è sessismo), non dogmatico, non svalutativo del singolo che prima –sinceramente- non mi era ancora capitato di trovare.


Ed è tra queste ridenti campagne inglesi, talvolta avvolte dalla nebbia, che mi si è offerta l’occasione che la mia pancia attendeva da una vita. Dedicarmi come Sacerdotessa. Di Dea prima, di Avalon, poi.


Ma cosa è, una sacerdotessa?
-Interrogandomi in prima persona su questa domanda, al fine di determinare se stessi intraprendendo davvero la giusta strada, la prima cosa che mi saltò in mente riguardò quella “vocazione”, quella “chiamata” che chi ha sentito non sa ignorare. Ce l’hai da dentro o non ce l’hai. Per qualcuno viene prima, per altri poi, per altri ancora mai. Va oltre ad ogni spiegazione razionale, è un sentire dal profondo che attraverso “questa strada” la tua vita si compie e realizza, camminando nella giusta direzione (NB: il “giusto” è sempre un giusto rapportato all’individuo e non un “giusto” in senso morale). E’ amore puro e profondo. E’ un sentire che ciò impregnerebbe ogni aspetto della tua vita, ma che non c’è nulla di terribile in questo. In qualche modo, è parte della tua natura.
-Razionalmente poi, cercai altre risposte. Pensai “un sacerdote o una sacerdotessa è come un mediatore”. Si, una specie di medium tra sacro e coloro che il sacro non lo cercano in prima persona.


Ma subito qualcosa mi turbò in queste risposte. E non fu la parte sulla “vocazione”. Ma quella sul “medium”. L’educazione nel Cattolicesimo stava pesantemente e inconsapevolmente influenzando il mio giudizio! Qualcuno che “media”, che ”fa da tramite”, non rischia forse di diventare l’ennesima “guida”, che deresponsabilizza, che si sostituisce, che indirettamente –proprio per il suo proporsi come mediatore- fa passare il messaggio “non lo puoi fare tu”? Non è qualcuno che, esattamente come accade nel mio contesto religioso di provenienza, si innalza a una sorta di scalino superiore, guidandoti nel “cosa credere e come interpretare” ciò che ti accade?
Questo ruolo di sacerdotessa (userò il femminile anche per sottintendere il maschile “sacerdote”) si riferisce a una precisa esperienza del sacro che non è, appunto, direttamente sperimentata dal singolo. Ma filtrata, come fosse monopolio di pochi. Vorrei soffermarmi un attimo su questo concetto, su cui si sono scatenate anche le ire di Lutero al tempo della Riforma Protestante. Perché per me non è affatto l’unico possibile, né automaticamente il migliore.


Pare che la storia ci narri di numerosi esempi anche relativamente antichi (di un’ antichità più profonda, si sa ancora poco), dove un’ idea di casta sacerdotale è sempre in qualche modo esistita. I diversi ruoli sociali possono anche trovare spiegazioni non polemiche, nel fatto che non tutti gli individui hanno stessa indole, stessa capacità, e compiono stesse scelte, sempre che siano state date delle possibilità di scegliere. O comunque, immagino che fosse ancor più improbabile che “tutti facessero tutto”.


Io però non vorrei mai restare intrappolata nella suggestione per presunti passati idilliaci, epoche d’oro ove tutto sembra perfetto come in un sogno, epoche da emulare e riportare a galla. E’ un qualcosa che spesso ho osservato tra coloro che, come me, seguono o simpatizzano per correnti spirituale legate al Movimento della Dea.


Non lo vorrei, non solo perché non credo in epoche d’oro, ma soprattutto perché il mondo in cui viviamo ora ha precisi problemi, complessi problemi, e peculiari necessità. Che non possono essere quelle di “allora”, qualsiasi epoca si attribuisca a questo “allora”.
In sostanza, essere in 7miliardi a compiere o non compiere determinate scelte, fa la differenza. Eccome. E noi occidentali con i nostri vizi e il nostro stile di vita, per il momento almeno, abbiamo ancora la fetta di peso più grossa, pur senza rendercene davvero ancora conto.


Per cultura abbiamo imparato a rispondere alle nostre frustrazioni fuggendo da noi stessi il più possibile, cercando di essere qualcuno che non siamo, ignorando completamente che in realtà noi siamo già “qualcuno”: chi farebbe di tutto per apparire in TV, chi sacrifica ogni cosa alla carriera e al lavoro inseguendo un posto che offra quel prestigio che è tanto socialmente accettato, chi vuole sfondare in politica….tutto inseguendo il mito del “dover essere…”. Il rischio è che questo fiume di bisogno di potere e prestigio esondi anche nel territorio del sacro, e di fatto, lo ha già fatto praticamente in tutte le religioni istituzionalizzate che io conosca. E quindi il pericolo è che anche la scelta del sacerdozio venga alimentata dal bisogno di “sentirci un po’ più speciali”, seguendo magari le suggestioni di questo o quel bel libro, questo o quel bel film.



In concomitanza con i miei studi a Glastonbury, le critiche, talvolta aspre, sono state tante. Specie in Italia. E mi accorgo però che tutte rischiano di partire da un unico, tacito, presupposto: il dare per scontato che il termine “sacerdotessa” riguardi un mero titolo che darebbe prestigio e, in qualche modo, mi metterebbe “al di sopra” di qualcun altro. Qualcosa che mi renderebbe, appunto, ”speciale”, nel senso di “superiore”.
Logicamente e umanamente, se questo fosse il vero intento di essere una sacerdotessa, è normale che vengano molte resistenze. Quelle resistenze che ti fan dire “chi ti credi di essere?”, “perché te si e io no?”, “sulla base di cosa rivendichi questo?”. Condivisibili. Seppur rivelatrici della paura che, in qualche modo, “qualcuno possa prendere il posto che vorresti tu”. Quindi, ancora competizione.


E, di fatto, in questo modo suonano anche le critiche che ho ricevuto. Critiche che, però, raramente hanno lasciato spazio ad un sincero confronto, o anche solo alla possibilità di esprimere che la mia concezione di sacerdozio potesse andare piuttosto che nella direzione appena descritta……in quella contraria!
Il fatto è che, nel mio percorso, ho sperimentato e sto sperimentando un modo di essere sacerdotessa diametralmente opposto all’avere quel genere di potere sulla gente. Non ho trovato ancora una parola migliore per descriverlo, ma ecco, questa mia concezione è invece molto più simile a un “sacro servire”. Non un servizio come auto-umiliazione e auto-annullamento, ma un servizio come “rendersi utile”. Tanto più utile quanto rivendico e riscopro il divino che vive in me e i doni che mi ha elargito. Doni non superiori. Diversi. E un divino che non abita esclusivamente in me, ma anche in colei/colui che ho di fronte.




Lo ho conosciuto, il bisogno del “titolo” come ricerca di un’identità che desse la sensazione di non essere un'ennesima nullità nella miriade di nullità di cui pare esser composto parte del genere umano, secondo la svilente visione della nostra società. L’ho vissuto AMPIAMENTE, da adolescente prima, da ragazza poi, in un ambito diverso totalmente: quello dell’”arte di strada”. Ed è perché lo conosco, che ne desidero parlare anziché insabbiarlo come fosse una vergogna.
L’inghippo sta proprio nel “sottinteso” a questa dinamica, esasperata nel nostro sistema culturale attuale: perché abbiamo bisogno di sentirci “migliori”, facendo recitare agli altri la parte dei “comuni mortali” e riservando a noi quella degli “eletti”, quando siamo tutti assieme a remare nella stessa povera barca rattoppata?
Non esiste sicuramente una sola risposta a questa domanda. Bisognerebbe interpellare storici, sociologi, psicologi, pedagogisti, eccecc….




Ma quello che mi sento di dire è che quando la ricerca del proprio sacerdozio va nella direzione di colmare questo bisogno di prestigio, significa che anche le energie che attiveremo saranno focalizzate praticamente sul nostro orgoglio, per farla semplice. Il che, più che servire una causa, servire l’altro, servire Dea, Dio o gli Dei, tratta invece di servire uno dei lati peggiori del nostro essere. Dov’è la crescita?
Può anche essere che molti dei nostri riferimenti antichi (non i miei, ma il neopaganesimo e il Movimento della Dea per fortuna sono mondi vasti e guai ad aspirare a un’unica ortodossia!) avessero caste di eletti e sacerdoti. Un mondo antico, ma probabilmente già patriarcale, è quello in cui ogni cosa è organizzata secondo rigide gerarchie di potere. Non esiste un "neutro", un "è naturalmente così". Quindi è tutto modificabile!
Vero è anche che il nostro mondo di oggi ha realtà e bisogni ben diversi da qualsiasi mondo di “allora” (e il numero degli abitanti umani ne è il primo esempio).


Cosa rivendico dunque?
-Per prima cosa, parto proprio da questi diversi bisogni. Non viviamo nel passato, sarebbe suggestivo crederlo, ma totalmente inutile e forse persino dannoso.
Il passato VA RICERCATO, senza tuttavia illudersi di possedere la verità su di esso. Inutile dire che, senza radici, un albero non avrebbe vita, e non potrebbe nemmeno ramificare.
Però è nel presente che agiamo e, attraverso le nostre azioni, creiamo il futuro.
Nel nostro tipo di spiritualità, che desidera superare le dicotomie spirito-materia, immanenza-trascendenza, il sacro non esclude le azioni che hanno conseguenze sul resto dell’umanità e sul nostro pianeta, e parte della ricerca spirituale andrebbe ridiscussa anche alla luce di come reperire quella conoscenza che ci permetta di esser consapevoli di come stiamo vivendo-agendo, anche a livello di conseguenze per il corpo della nostra Madre Terra. Che la spiritualità riguardi questo, è un qualcosa di tutto nuovo. O almeno, di cui non ricordiamo l'esistenza.
-In un’epoca quale è la nostra, nella nostra fetta di mondo, in cui tutti ricevono un qualche grado di istruzione, tutti hanno aspirazioni, tutti compiono delle scelte (anche quella di non scegliere, è una scelta), tutti hanno analoghi desideri per la propria dignità, e “tutti” sono veramente “tanti”, parlare di “eletti” e “prescelti” mi fa davvero riflettere.
Perché abbiamo così tanto bisogno di una guida, di un guru da seguire e servire, carismatico più di noi ma a volte persino più ignorante, quando possiamo tutti renderci conto che un reale cambiamento è possibile solo quando ogni singolo prende coscienza di chi è e di che peso le sue azioni hanno nel mondo?
Quale è il paradigma di riferimento di un modello (attuale) di spiritualità, che prende questo “capo-guru”, illuminato, voce del divino sulla Terra, attorniato da una cerchia di “aspiranti” leccaculo e via via altre cerchie gerarchicamente meno importanti, per concludere con la restante massa di seguaci più o meno passivi, ce lo siamo mai chiesti?


E’ questo il modello che vogliamo servire come sacerdotesse?


Mi viene difficile pensare alla conoscenza spirituale come ad una linea retta: 1 percorso, 1 cammino, 1 guida che porta i neofiti a scoprire le medesime tappe che la guida stessa ha percorso a suo tempo, in attesa che il “nuovo eletto” prenda il suo posto.
Concepisco piuttosto tante spirali, che si muovono sinuose danzando. Percorsi dove oltre a un’eventuale base comune ciascuno possa sviluppare ciò che è portato a scoprire; dove ciascuno rispolveri e porti alla luce i suoi PROPRI tasselli dell’infinito mosaico che è il divino, ciascuno per il dono/i doni che ha ricevuto.


Nella mia visione, minacciosa solo per coloro che desiderano conservare una qualche forma di potere, è questa una delle grosse sfide per il futuro: una diversa concezione della conoscenza che DIA VALORE all’unicità delle esperienze e mai più rivendichi di possedere l’Unica, Vera, Verità alla quale tutti devono uniformarsi.
E che sia il singolo/cercatore ad avere il diritto dell’ultima parola nell’ attribuire significato alle proprie esperienze vissute.
E che si possa lavorare assieme per restituire a temi complessi come sono “il sacro” e “il divino” tutta la loro eterogeneità.
Un lavoro duro, lungo, che inizierà solo se ci sarà la comprensione/consapevolezza di quali sono le nostre resistenze, atteggiamento opposto al censurarle. Ad esempio, riconsocendo che, per il fatto di esser stati educati qui e ora, tutti noi chi più che meno, chi chiaramente chi inconsciamente, desideriamo questo potere. Desideriamo sentirci speciale. Desideriamo essere quello che "è arrivato" (dove?). E perchè dovremmo continuare questo gioco perverso? Riproporne le regole? E se lo rifiutassimo?




Nella mia visione, la sacerdotessa è colei che, seguendo una forte vocazione e seguendo il suo proprio dono (ciascuna coi propri doni, quindi non c’è un unico modo di esser sacerdotessa, i confini sono quelli della creatività), facilita coloro che lo desiderano alla ricerca del loro proprio sentiero, o del loro proprio modo di ritornare –se desiderato e senza imposizioni- al loro sacerdozio. Contribuisce a ri-tessere sacralità nella trama dell’umana esistenza. Collabora per restituire colore a quegli antichi archetipi divini sommersi di polvere. Attraverso esperienze, attraverso meditazioni, ritualizzando e risacralizzando parti della vita, e perché no, attraverso condivisione di studi, di pensiero, di articoli che aiutino a metter in discussione un vetusto “status quo” e creare nuovi mondi possibili.
Lo può fare attraverso il rapportarsi diretto con altre persone, attraverso l’arte di qualsiasi tipo, attraverso la rete. Può contribuire all’organizzazione di eventi piccoli o grandi, o ricercare nel suo piccolo mondo di ritrovare antichi saperi a cui le grandi masse non attribuiscono più alcun peso. Una sacerdotessa scava, piuttosto che innalzarsi su un piedistallo. Non può rappresentare da sola nessuna divinità in modo riservato ed esclusivo, perché in quanto umana è parziale. Eppur è si divina, perchè nella sua parzialità custodisce un pezzo prezioso e unico del Tesoro. E un pezzo di esso, è in ciascuno di noi.
E forse non escluderei, per un futuro che sento ancora lontano, anche l’idea di un’utopica tendenza a un “sacerdozio universale”.*


Una visione provocatoria, che però si spiega solo attraverso quella scelta di impegno, ricerca e consapevolezza da parte di ogni singolo che potenzialmente potrebbe portare quel mondo migliore che l’intera umanità sogna e si auspica da sempre…. Ma nulla accade, perché ci si aspetta che qualcun altro cominci. O che cada dall'alto.
Ricerca, impegno, consapevolezza…tre parole che nella teoria e nella pratica di una sacerdotessa dovrebbero essere costante ispirazione. Sacerdotessa lo si è sempre. A lavoro o mentre si lavano i piatti, quando si fa la spesa o quando si facilita una cerimonia. E’ un impegno. Trasversale a tutte le sfere della via. Questo non va mai dimenticato.


Le strade che abbiamo tentato fino ad ora, non hanno portato a molto. Varrebbe forse la pena di sperimentare qualcosa di nuovo, anche nell’approccio spirituale? Infondo, cosa abbiamo da perdere?


*Nota: La provocazione del “sacerdozio universale” serve come estremo esempio, e mi rendo conto possa esser fraintesa. In questa utopia, l’idea è di non assistere più a una moltitudine passiva di esseri che delega ad altri le proprie scelte e responsabilità, non più quindi un mondo fatto di pochi eletti e tanti ignoranti. Bensì un impegno collettivo nella ricerca di miglioramento e una percezione/restituzione di valore diversa da ciò che conosciamo ora.
Nella nostra epoca storica passa il messaggio che il riconoscimento lo si ottiene non se si cerca e trova la propria natura, non nella ricerca di armonia, ma se si è in qualche modo competitivamente migliori in uno o più aspetti della vita sociale (lavoro, religione, famiglia, sport, dimensione del pene o del SUV ;) ). Ciò è frustrante, svilente e limitante.
Vedo necessario un recupero dell’umana dignità in un più consapevole uso del libero arbitrio, concepito come dono (di Dea, Dio, degli Dei, dell’Universo, di chi vi pare) e non certo come punizione per un qualche tipo di peccato. C'è grande fame di questo. Molti aspettano solo che gli si aiuti a "ri-darsi il permesso" di osare un approccio al sacro laddove la nostra cultura ha intimato un "tu non puoi".


“Universale” non significa “convertire tutti. La conversione è il tipico atteggiamento di arroganza mascherato da umana compassione di chi crede di avere trovato la Verità migliore e doverla offrire a chi “non ci arriva”. Nemmeno significa che debba esserci un unico “credo” condiviso. Perché allora si tornerebbe indietro a ciò che affermiamo di non volere più. Il termine significa invece che occorre superare l’idea orgogliosa che dice “c’è chi può” e “chi no”. Restituire valore alla persona, perché la persona comprenda che, di fatto, in quanto viva, sta comunque agendo in modo non privo di conseguenze: è comunque aver potere. Un potere che nella nostra cultura patriarcale, è perlopiù orientato alla distruzione: di risorse, di idee, di altre persone.. Universale quindi nel significato che ciascuno possa vedersi aprire l'accesso per prendersi il diritto di significare e sacralizzare la sua esistenza. E diventare un mattone di co-costruzione. Aiutare a riprendersi questo diritto, è il creativo compito centrale nella mia idea di sacerdotessa.

3 commenti:

  1. il tuo articolo è arrivato nel momento giusto perchè ero confusa sul ruolo e la tua chiarezza mi ha aiutata. ho lasciato che le tue parole decantassero durante la notte e stamattina il percorso mi è stato chiaro.
    aggiungo solo qualche piccola riflessione su quanto scrivi, riflessione che serve più da promemoria a me che a te, che hai già elaborato il tutto: la ricerca, l'impegno e la consapevolezza per me si poggiano sull'umiltà, non l'umiltà cristiana, di chi riconosce l'arroganza del potere, ma l'umiltà di chi con cuore e mente aperti accetta le lezioni della vita e dei numerosi maestri che si incontrano lungo il cammino. è fondamentale riconoscere quanto l'idea di potere alberghi in noi, di quanto in modo consapevole o meno ci lasciamo ancora guidare da essa. per questo motivo ritengo che il confronto sia importante, irrinunciabile, anche (e forse soprattutto) per chi intraprende un percorso solitario.
    attingere alle nostre radici è una delle tappe di questo percorso, ma come dici tu, siamo nel presente, viviamo e agiamo qui ed è qui che siamo chiamate ad assolvere ai nostri compiti. il passato è passato, cerchiamo di non farlo diventare un fardello troppo pesante che non ci permette di agire con leggerezza e armonia nella nostra quotidianità.
    cerchiamo di conservare ciò che è prezioso dell'esperienza di chi ci ha precedute, lasciando andare quello che non serve più.
    per me essere sacerdotessa significa, come dici tu, aiutare a riprendersi il diritto di significare e sacralizzare la propria esistenza, rimanere centrate nel cuore, ascoltare il proprio istinto, agire con consapevolezza di pensiero, unire quindi le tre energie che abbiamo a disposizione. e il modo concreto di farlo non lo troviamo sui libri ma lo sperimentiamo giorno dopo giorno. e mi piacerebbe, anche attraverso la condivisione delle nostre esperienze.
    grazie Laura!

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  2. http://www.facebook.com/#!/events/107099159479421/107289019460435/?notif_t=plan_mall_activity

    Seminario "LA CHIAMATA DI UNA SACERDOTESSA/SACERDOTE DELLA DEA",
    con Kathy Jones, cofondatrice del Tempio di Glastonbury. (21 aprile 2013)

    Al link sopra segnalato, tutte le informazioni!!

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  3. Il prete non te l'ha detto che le donne non possono essere sacerdotesse per i veri motivi .... che sono l'immondizia mestruale e la deficienza di intelletto? del resto, è vero, per i cattolici il loro dio si è fatto solo maschio... non si degnò di farsi anche femmina... comunque tieni presente che anche se le cattoliche diventassero "donne sacerdoti" (ahahah, come le tre dementi "donne dottore della chiesa"... che non hanno innovato niente ma si limitavano a dare la propria approvazione ai dogmi sessisti di "madre chiesa"...) e non sacerdotesse (non esiste una femminilità vera nel cristianesimo) non cambierebbe molto: il loro dio resta sempre maschio e padre, rivelato così dal "buon" (eufemismo). gesù, che nasce solo maschio senza poi farsi anche messia femmina e ciliegina sulla torta, prega e rivela un padre nostro che sei nei cieli... siate perfetti come è il padre vostro nei cieli... già peccato che siamo sprovviste di pene...

    morale della favola? se abbiamo l'utero, diventiamo pagane. perchè essere cristiane, quando si è donne, è segno davvero di "non conoscenza e non uso dell'intelletto".

    ma più che altro, resto basita dal buonismo dei pagani del 2015, che no, proprio non hanno voglia di dirlo che sono (dovrebbero essere) anticristiani. che no, proprio non hanno voglia di andare contro "madre chiesa", di dirlo ad alta voce, di fare propaganda proprio alle donne sul perchè non esiste una Dea Madre vera nel cristianesimo, sul perchè non esistono sacerdotesse che pregano una Dea, nel cristianesimo.

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