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sabato 19 luglio 2014

“MALEFICENT”, la ricomposizione di un archetipo arcaico.


Sono fresca spettatrice di questo nuovo film Disney, con una spettacolare Angelina Jolie che ha interpretato un altrettanto spettacolare personaggio femminile, di quelli che sogno da anni di vedere rappresentati.

Vorrei proporre la mia recensione, forse un po’ diversa da quelle che già si trovano in giro. A coloro che non voglion rovinarsi la sorpresa del finale, suggerisco di rimandare la lettura.

Già all’inizio, la voce narrante parla di due regni vicini ma separati. Quello degli uomini, avidi esseri governati da re, e quello pacifico delle fate, che “non ha bisogno di re e regine, perché le sue creature si fidavano le une delle altre”. E già qui…

Gli uomini però guardavano con invidia al regno sereno delle fate, così pieno di potere, magia e tesori, e decisero di armare un esercito per impadronirsi delle loro ricchezze. Come se fosse la forza, il modo adatto per avvicinarsi a quel regno… Una prima lettura che immediatamente mi si è affacciata è qui il rapporto, ancora drammaticamente attuale, tra uomo e natura: un saccheggio senza rispetto per impadronirsi di risorse, un’imposizione brutale delle proprie necessità egoistiche che non considerano gli effetti di un simile sterminio.

La storia inizia con un’inaspettata amicizia tra due personaggi. La bella enigmatica fata “Malefica”, serena e giusta, e il piccolo Stefano, ragazzo umano di umili origini ma, come si vedrà, alte aspirazioni.

I due finiscono per innamorarsi, rompendo un vecchio tabu che non voleva gli appartenenti ai due mondi in un tal livello di prossimità, e al compimento del 16° anno di età di Malefica, Stefano le promette il “bacio del vero amore”. “Ma non sarà così”, anticipa la voce narrante.

I due non si vedranno più da quando Stefano andrà a vivere a corte.

Il re, in punto di morte, dichiara ancora desiderio di vendetta per la sconfitta subita in battaglia da Malefica e dagli esseri fatati che difendevano le loro terre e il loro regno dall’avidità umana. Promette la corona a chi gli avrebbe portato la testa della bella Malefica.

Stefano ricorda una dichiarazione di Malefica fatta anni prima, quando erano bambini: “il ferro brucia le fate”. Capisce che ha almeno due armi dalla sua parte per conquistare la corona: la fiducia che Malefica aveva verso di lui, e la conoscenza del segreto della debolezza delle fate.

Così cerca l’ex amata, fingendo l’amore nuovamente rinnovato. La addormenta con una pozione, ma quando è in punto di ucciderla non trova il coraggio. Tuttavia, con una catena in ferro le strappa le ali, che consegnerà al re come segno della sconfitta della protettrice del regno fatato. In cambio della corona.

E qui mi si propone istantaneo un secondo livello di lettura, che richiama altri miti cosmogonici arcaici: la bramosia del maschile che si impossessa degli strumenti femminili per conquistare e mantenere il potere. Una versione moderna e fantasy del “furto della borsa sacra” aborigeno. Due i rapporti in gioco: natura e umanità, femminile e maschile.

E ancor più è degna di nota la conseguenza di tale gesto. La chiusura del cuore di Malefica, che da essere giusto e equilibrato si trasforma nella famosa “strega cattiva” di infantile memoria. Una ferita che ha avuto il peggior potere di destabilizzare. Una mutilazione che ha fatto smarrire la protagonista di una parte della sua identità originaria.


Ed ecco che la fata divenuta strega si autoproclama regina, esigendo il rispetto delle creature fatate fino ad allora libere da vincoli gerarchici. Il regno viene rinchiuso e protetto da una barriera di arbusti spinosi, e Malefica inizia ad agire gli stessi valori di quel mondo che l’ha mutilata.

La ferita ricevuta diviene vendetta. E accade il famoso giorno del battesimo della piccola figlia di re Stefano, al quale giorno si presenta portando in dono la sua maledizione, che addolcirà solo dopo una seconda supplica del re nemico che si inginocchia dinanzi a lei, dinanzi agli ospiti del castello.
La piccola si pungerà con un ago di un fuso proveniente da un arcolaio, quando questa compirà il 16 compleanno.

E sarcasticamente, guardando Stefano dirà che solo “il bacio del vero amore” sarà in grado di destarla.


Ma è da ora in poi, che la fiaba classica si arricchisce di sorprese.

L’odio più volte dichiarato alla piccola Aurora a poco a poco si trasforma in altro.

La principessa è accudita da tre maldestre fate in una casa da sogno nel bosco, lontano da filatrici e arcolai. Ma di fatto sarà Malefica a intervenire più volte per riparare i danni causati dalle tre.


Al punto che il rapporto tra Aurora e Malefica  si fa un rapporto tra madre e figlia.

Ecco che l’archetipo della strega-crona si riprende il suo aspetto di madre.

Tenta di eliminare il sortilegio imposto, ma che lei stessa rese “irrevocabile” il giorno del battesimo della piccola. E per proteggerla, le propone di vivere con lei nel suo regno, nella brughiera.

Quando Aurora, al compimento del 16° anno, viene a scoprire dalle tre fate la verità sul sortilegio e sull’identità di Malefica, fino ad allora chiamata “fata madrina”, si allontanerà in tutta coscienza, alla ricerca del suo destino.

Torna al castello del padre, il quale la fa immediatamente rinchiudere nella speranza di “salvarla”, o “preservarla” nella sua innocenza di bambina.

Ma la fanciulla vuol lasciare l’età dell’innocenza con consapevolezza. Scappa dalla prigionia del padre, cerca l’arcolaio, si guarda il dito, lo trova e decide di pungersi.

Cade nel sonno profetizzato.

Ma il disincanto rispetto al “vero amore” si ripresenta ancora una volta, e la Disney ultimamente ne sta facendo un cavallo di battaglia. Un povero gentile giovane principe azzurro offre un bacio che non sortisce alcun effetto; il mito della passiva fanciulla e del maschile eroe salvifico si sgretola nella trama come nel mio cuore (non senza soddisfazione), con la scena delle tre fate che letteralmente e comicamente buttano il povero principe fuori dalla porta!

Il principe non sparirà del tutto, comparirà solo alla fine, quando una Aurora, ormai passata nell’età di essere donna, lo accoglierà SVEGLIA E COSCIENTE, nel suo regno.

E il bacio? Ormai da un po’ avevo annusato chi sarebbe stato il nuovo “salvatore”. E il mio cuore attendeva la catarsi di questo momento con impazienza.

“Salvatrice”, dovrei dire.

Il vero amore viene dal bacio di Malefica, e il vecchio archetipo della Crona si è ricomposto. Il potere di un bacio che ha spezzato l’incantesimo di illusione che imprigiona tristi e inermi principesse addormentate da secoli in passiva attesa del maschile salvifico . Il sonno di Aurora qui non dura che per poche ore.

La Dea smembrata, si ricompone. L’archetipo ritorna al suo originario ruolo.

La strega, al contempo madre, ritorna a essere trasformatrice e iniziatrice; lei è  il dolore che porta alla trasformazione.

Il male e il bene cessano di rinchiudersi nelle loro fazioni idealizzate e contrapposte, e l’antica dicotomia viene risolta in un personaggio che è magnifico, nella sua naturale complessità.

La fanciulla Aurora, risvegliatasi donna, sarà poi anche colei che, sfidando nuovamente il padre, romperà la teca costruita per custodire le ali rubate col tradimento a Malefica, le quali magicamente torneranno alla sua legittima proprietaria. La Dea ritorna ora alla sua iniziale potenza proprio quando pareva a un passo dall’essere distrutta.

Riesce quindi a difendersi e cambiare le sorti della battaglia in atto, fino alla morte del re-padre, suo primo amore.

Solo allora, Malefica riporterà il regno delle fate all’originaria felicità, deponendo la sua corona. E facendo di Aurora il simbolo della ritrovata unione dei due regni, fate e uomini, natura e cultura……..

 




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