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giovedì 26 febbraio 2015

The Brave - Un altro femminile nelle fiabe




Voglio scrivere di un cartone animato che mi ha emozionato. Il linguaggio della fiaba sa parlare all'essere a tutti i livelli, compreso quello delle bambine interiori.
Non voglio scrivere troppo della trama, che a più di due anni dall'uscita del film oramai tutte/i più o meno conosceranno. Vorrei soffermarmi su alcune possibili letture di simboli insiti in questo film, ripeto "letture possibili": possibilità non sovente offerte dalle recensioni classiche.
La mia è una proposta di uno sguardo differente, affinchè un'altra simbologia possa affiancare quella più conosciuta, e altre narrazioni possano circolare in futuro.

Non meniamo il cane per l'aia: di questo abbiamo bisogno. Di altre narrazioni.
Perchè poche certezze ho nella vita. Ma una delle più sentite, è proprio che la narrazione forma il nostro immaginario. E l'immaginario, a sua volta, orienta il nostro dare significati al mondo, e il nostro agire in esso.
In poche parole, sto forse sostenendo che alcune cose non cambieranno, se non cambiamo il modo di raccontare le nostre storie? Esattamente. Lo sto sostenendo. Cosa e come raccontiamo, è responsabilità di tutti e di tutte.

In particolare, non terminerà la condizione di subalternità sociale delle donne (o di altri esseri considerati "deboli", il discorso è tranquillamente estendibile) se non cambieremo la visione più o meno tradizionale dei generi e del rapporto tra questi.
Definire il femminile con attributi quali "passivo", contrapposto a un presunto attributo "attivo" del maschio, oltre a essere una semplificazione che, in quanto tale, non è in grado di cogliere significativamente la realtà (ben più complessa), è stata una bella scusa per tenere le donne segregate in ruoli di "contorno". Insomma, che "non dessero fastidio".
Il femminile passivo, non doveva così agire nella cultura e nella società, non aveva bisogno di prendere decisioni, o di far sentire la sua voce. Questo ci dicono anche alcune fiabe classiche. 
La Bella Addormentata e Biancaneve ricevono passivamente il bacio che simbolicamente le porta alla maturità sessuale: il passaggio dall'archetipo della fanciulla a quello della donna/amante viene "indotto" dall'uomo, dal principe che le fanciulle "devono attendere" per compiere l'ulteriore passo. Un passaggio così fondamentale, nel quale la protagonista non ha nemmeno voce in capitolo!! 
La Sirenetta perde la voce per conquistare sempre il principe. Nella fiaba originale persino muore.
Eccetera. Nelle fiabe "classiche", che non sono comunque portatrici di valori "neutri" come nulla è "neutro" nella cultura umana, questo "passivo" è ben evidente.
Ed è così radicato in noi, italiani e italiane, che il titolo del cartone animato "the Brave" che altro non è che "coraggio", è stato tradotto come "ribelle".
Ebbene, ribellione sia. Rivoluzione nella narrazione!
Soprattutto perchè persino in presunte nuove correnti spirituali, c'è un riaffermare/rivendicare questi stereotipi di genere, in nome di un presunto equilibrio Yin/Yang che in realtà è un grosso e dannoso stravolgimento del reale significato di questo (in origine meraviglioso) simbolo. 


Non occorre scomodare il femminismo per comprendere che se il ruolo femminile è passivo, ecco che l' unico scopo della fanciulla è di stare a farsi bella per attirare il maschio salvifico che agirà nella sua vita.

Vi ricorda qualcosa, tutto questo? "Piacere. Devi solo piacere. Il resto non serve".
Ed ecco che la donna diventa passiva e intuitiva (contrapposto a razionale), vuota (contrapposto a pieno), sotto (contrapposto a sopra) e diamo tutto questo non solo per scontato. L'identificazione è tale, che sono le stesse donne a rivendicarla.
Invece è solo questione di narrazione. Narrazione di valori culturali, quindi decisi da chi è venuto prima di noi. E quindi, modificabilissimi. 
Un'ultima piccola parentesi prima di tornare al cartone animato.
Il "sotto" che ha portato anche a una sottomissione nel ruolo sessuale, passivo (tutte queste parole ritornano, lo notiamo?), già è narrato nella storia di Lilith: prima donna creata dalla terra, come Adamo. Ma scacciata e trasformata in demone, e persino descritta in un testo recentissimo come "prima cattiva della storia"!!!! Perchè? Perchè rifiutava la posizione del missionario. Ovvero, voleva lei controllare la sua sessualità. Zac, via subito. "Uomo, eccoti Eva".
Ci eccitano le 50 sfumature di grigio, dove questi ruoli sono confermati. E semmai, dove la donna  sogna di "salvare" il proprio uomo patologico: la "sindrome della crocerossina" che si insinua nel vuoto della bassa autostima femminile, tratto culturale spiccato nei patriarcati. Un problema gravissimo perchè mentre la donna ricerca di essere "colei che salverà", "l'unica che ci riesce", di fatto rimane a sottoporsi a ogni sorta di violenza. Ecco perchè critico quest'opera letteraria, in un paese dove per queste dinamiche una donna ogni due giorni muore. Uccisa da colui che lei crede di poter salvare.

Torniamo a "The Brave".
La storia inizia con l'infanzia di Merida, nel pieno del gioco e di un rapporto affettivo con entrambi i genitori. Madre compresa, la quale invece dopo assumerà su di sè un altro ruolo.
Il padre qui le regala, per il suo compleanno, l'arco che già desiderava tanto.
E sul simbolo dell'arco si svolge tutto il film.



L'arco, come ho scritto in un altro post (link all'articolo qui), è un simbolo dai significati ben più estesi dell'essere semplicemente "arma". Così come Diana è molto di più che "Dea della caccia", come definita dai tempi dei romani, ma ai romani le donne piacevano poco...... laddove si poteva levare potere alle Dee, lo si faceva volentieri. 



L'arco con le frecce rappresenta l'azione. La capacità di agire. Di porsi obiettivi e di perseguirli, lo "scoccare la propria freccia", appunto. Di più.
Lo mantiene una Dea. Lo regala a tutte e tutti. Femmine e maschi. Questo agire diviene sacro. Questo è l'agire che compartecipa della creazione. Un dono che non è proprio del solo uomo maschio, ma lo è anche della donna. Attiva, anche essa, in quanto umana.

Il dono nel film viene fatto dal padre di Merida: un alto valore simbolico che potrebbe ispirare un nuovo ruolo paterno in contrasto con le vetuste contrapposizioni a cui siamo abituate/i (padre normativo/madre affettiva). Un padre che qui diviene non mero contenitore di norme coercitive, ma stimolatore di indipendenza, senza rinunciare anche a ascolto e affetto. Un padre che dice "tieni, ti stimolo a crescere nella tua personalità, nella tua indipendenza". Ben lontano dal padre padrone che possiede la figlia che poi accompagnerà all'altare in un cerimoniale che suggella il passaggio di proprietà al marito.

Ed è importante questo passaggio: cardine dell'educazione patriarcale è il ruolo del padre nei confronti delle figlie. Lo sguardo paterno "che mai si accontenta", mai soddisfatto di ciò che la figlia è, produce nella figlia il bisogno eterno di compiacere. 
La faccio semplice: "non piaccio a papà ma sono una bimba, ho bisogno di piacere. In natura non sopravviverei se non piacessi agli adulti che si prendono cura di me. Proverò a piacergli in ogni modo". Vedete a quali istinti profondi si radica questo sistema.
Un padre che resta duro in questo ruolo non appagherà mai questo bisogno infantile. La donna cresciuta cercherà ancora di compiacere, in eterno, chiunque prenda il posto del padre: istituzioni, compagni, uomini, ecc. 

Rieccoci alla sindrome della crocerossina. E al dover piacere ad ogni costo. Tutto torna.
Ricordiamo sempre che un bisogno infantile non soddisfatto non scompare col tempo. Si trasforma in altro. 
Pensiamo ancora che l'ossessione per essere belle fuori sia "natura"? 

Ma per adesso il padre di Merida non è così. Non è un padre troppo patriarcale e anzi, appare un pò bonario un pò tontolone, ma simpatico.
E' la madre invece ad assumere, dall'adolescenza di Merida, il ruolo normativo e di controllo.
Altro simbolo. 
In primo luogo, nel suo gestire ogni affare del regno porta tracce di antiche culture ove il femminile aveva ben altra importanza. Ma non lo fa secondo valori matristici, ma secondo valori patriarcali. 
In secondo luogo, emerge un tema conosciuto, ma ancora scottante: il come le donne stesse abbiano assunto su di loro il ruolo di trasmettere i valori patriarcali. Ancora oggi nel mondo sono le donne a mutilare i genitali delle figlie. Erano le madri a fasciare i piedi delle bambine cinesi. 
Una cosa che ben emerge nella mia recensione di Maleficent (qui), è che la ferita inflitta dal patriarcato fa in modo di far agire alla donna gli stessi valori che l'hanno ferita. Credo sia un pò la vecchia sindrome di Stoccolma mista al già citato bisogno di compiacere (il padre, il marito, la società). "Hai mutilato tua figlia salvandola così dai suoi ormoni, brava mamma!", dice la società. E ancora: "non posso sopportare una simile sofferenza, sempre che non la faccia mia anche io, allora ne avrò dato riscatto", dice la donna ferita.
Aggiungo io: "questa è l'apparenza".
Il padre non e'mai soddisfatto. La madre insegna a soddisfare: eccovi riassunti e svelati i ruoli genitoriali nell'educazione patriarcale.
Ma non voglio soffermarmici troppo.


Merida viene VESTITA dalla madre con un corsetto strettissimo e un abito castigato: è la giornata in cui verranno ricevuti i pretendenti per il suo fidanzamento. Cosa che la ragazza schifa dal profondo: al contrario dell'attesa del principe, lei basta a se stessa, e non vuole perdere quella libertà che la fa sentire viva.
Questo è preciso il significato di questa vestizione. Vecchio come questa usanza di "corsettare" le donne. E' l'esatto opposto di ricevere l'arco. E' l'imprigionare in una forma che non è la propria, un modo per impedire la libertà dei movimenti. Toglie il respiro persino.Che è esigenza vitale. E' l'adeguarsi alle altrui aspettative anche al prezzo di perdere la propria essenza.
Detta così sembra che il padre sia il buono e la madre la cattiva. No, cerchiamo di uscire dal pensiero dicotomico, e di analizzare le due figure genitoriali per la complessità che portano. 

L'intelligenza di Merida le dona l'idea. I pretendenti primogeniti devono sfidarsi in una gara di tiro con l'arco per conquistare il "premio" (la donna che diviene preda, oggetto).
Merida stessa scende in campo e gareggia, sfidando tutto e in primis la madre, per "la sua stessa mano".
L'abito le impedisce il movimento per scoccare. E solo strappandolo inizia a mirare ai bersagli. Ecco la giusta rabbia che nella sua fase iniziale serve a uscire dalla gabbia. Purchè poi la si trasformi in altro.... 
E' epica la scena rallentata dello scoccare potente della terza, determinata freccia. Tre centri che ben esprimono la reale intenzione della ragazza. Qui gode e si commuove la mia bambina interiore.


Con una madre incazzata e il rischio di guerra con tre regni, succede una ovvia scena di lite, all'interno del castello. La figlia con un colpo di spada strappa l'arazzo ricamato dalla madre, dividendo la sua figura dal resto della famiglia. La madre Elinor per rabbia getta l'arco nel fuoco. Il culmine dello scontro. 
Elinor si rende subito conto di cosa ha fatto. Merida scappa a cavallo nel suo amato bosco, e finisce disarcionata in un cerchio di pietre. Dove il suo cavallo non vuol entrare e i fuochi fatui già incontrati da bambina le fanno strada nel profondo della selva.

Ed ecco che giunge, da loro guidata, alla capanna del mio personaggio preferito:

Una strega meravigliosa che cerca di costruirsi una seconda identità come intagliatrice di legno. Ossessionata dall'orso, tutto ciò che fa è di forma ursina.
Finalmente, una strega che non è più la solita "cattiva", "crudele", che agisce per piacere nel creare dolore agli altri.
Eccoci davanti alla Dea Crona. L'iniziatrice, che ci conduce verso la trasformazione. Personaggio chiave e divertentissimo.
Ascoltando il commento dei produttori, emerge che non erano consci della portata simbolica dell'orso.
Dall'inizio della storia, questo animale è sempre presente.
L'orso "cattivo" Mordu che mutila il padre, il quale a sua volta è chiamato "re orso". Orso odiato, ma poi orso anche amato.
Merida chiede alla strega un incantesimo per cambiare la madre. E l'incantesimo la trasformerà inaspettatamente in Orsa.

Questa parte è meravigliosa.
La madre deve diventare Orsa per riavvicinarsi alla figlia. Tutto ciò che in Merida criticava, ora le serve per sopravvivere nella nuova forma. Viene riconosciuta la competenza della figlia. Una competenza che Elinor ha sempre cercato di disconoscere perchè "non adatta a una principessa".
Orsa come ritorno alla sua parte selvaggia.
Orsa come madre che ritrova il valore della maternità non patriarcale.
Orsa come essere che cammina in equilibrio, in grado di equilibrare la nostra anima........... ma se noi compiamo la scelta giusta.

E anche il tema della scelta compare. La Grande Madre indica la via. Ma non agisce al posto tuo.Lei ti mostra il bersaglio, ma sta a te scoccare la freccia.

E si scopre che il medesimo incantesimo, è stato dato in tempi antichi a colui che era un principe di una leggenda che Elinor spesso raccontava a Merida ed è poi diventato l'orso Mordu. Ferito di una ferita di orgoglio che "non è stato in grado di ricucire". L'orgoglio di volere il regno per sè in quanto primogenito, contravvenendo alla volontà del re morente di spartirlo tra i quattro figli.
Si apre il parallelismo con la storia di Merida. Non è un arazzo ad essere squarciato ma un bassorilievo, ma sempre di una ferita nell'orgoglio si tratta.
E solo guardando l'intera storia di Mordu nei contenuti speciali, ne assaporiamo la profondità.
Mordu non ha saputo scegliere il cambiamento. L'orgoglio l'ha tenuto orso per sempre. Un orso sempre orgoglioso, ferito e che agisce per rabbia, imprigionato dall'incapacità di fare un passo oltre. Qualcosa su cui meditare..........anche il "cattivo" acquisisce sacrosanta complessità.
Merida e la madre devono entrambe essere in grado di cambiare, affinchè Elinor non subisca la stessa sorte.

Nel mentre, il papà bonaccione si trasforma in serial killer: non crede che l'orsa sia in realtà la moglie, e tenta di darle la caccia con al seguito re, principi e uomini dei tre regni pretendenti.
La madre Orsa viene portata nel castello con vari espedienti, e lì compie la sua trasformazione. Metà dell'incantesimo.
Entrambe, madre e figlia, credono che l'incantesimo si spezzerà se cuciranno l'arazzo ma non basta quello. A essere ricucito deve essere uno strappo più profondo.
Elinor suggerisce a Merida attraverso i segni (finalmente si capiscono al volo!) il discorso da fare ai re: ed è un discorso che propone di infrangere la tradizione, e lasciare LIBERTA' a tutti di scegliersi il proprio/a amato/amata. E qui si comprende che il destino imposto a Merida è in realtà imposto anche ai tre rampolli maschi. Nessuno di loro vorrebbe sposarsi.
Gli obblighi patriarcali sono imposti a donne e a uomini.
Nessuno esente dalla condanna degli stereotipi attribuiti al proprio genere.

Ma il padre scopre Elinor-Orsa nel castello mentre l'arazzo sta per essere ricucito. Lei fugge, ma Merida viene chiusa dentro da un padre che la vuole proteggere.
Un'azione che si scorge sovente nelle fiabe: il padre che segrega per proteggere, ma così facendo impedisce alla fanciulla di crescere e seguire l'insegnamento dell'Iniziatrice-Dea (un esempio? quando il padre della Bella Addormentata la segrega per non farle incontrare "il destino" di pungersi).
Ma è scaltra la nostra Merida e riesce a fuggire, arrivando in tempo perchè suo padre non faccia a fette sua madre! Vogliamo parlare del valore simbolico della "lotta" di Merida con il padre, per salvare la madre? Parla da se'.
Saranno il suo coraggio, le sue lacrime e il suo affetto, dichiarato appena prima che il sole compia il suo sorgere all'interno del cerchio di pietre, a ricucire lo strappo e portare una nuova serenità. In forma umana.

Altri elementi potrebbero esser degni di attenzione: la trasformazione dei tre fratellini, le lotte ridicole tra le fazioni dei re, ecc.
Ma per ora basta così.
Godetevi questa meravigliosa storia, mostratela alle vostre bambine.Sanate la bambina in voi.
Finalmente non ci sono principesse rosa, bionde, perfette e obbedienti.
Finalmente Merida è libera di decidere dove scagliare le sue frecce.
Pronte e pronti, a scagliare le vostre?



2 commenti:

  1. Quando ho visto per la prima volta questo film, due anni fa, 43 anni, non ero al cinema ma nella tranquillità della mia stanza, in streaming. Mi è piaciuto e ho comprato il dvd per le mie figlie e da allora lo abbiamo visto diverse volte. MI ha colpito il rapporto madre figlia più che padre figlia. Mia madre è il classico esempio di donna patriarcale, mio padre non ne parliamo. Io sono quella che dici tu, mai cresciuta veramente perché, lo riconobbi a quindici anni ma non riuscii a liberarmi, non sarei mai stata all'altezza degli ideali di mio padre e volevo esserlo disperatamente. Mia madre è sempre stata una donna profondamente egoista e assolutamente incapace di dare affetto vero. Mi è venuto da chiedermi che madre volessi essere. Ho cresciuto le mie figlie con quella rigidissima corazza del "si fa e non si fa" o "giusto - sbagliato" che ho sempre portato addosso, benché sia sempre stato un involucro soffocante. Poi ho cominciato a liberarmi dal bozzolo che mi impediva di trasformarmi. Con dolore e con fatica e con molte difficoltà e più insuccessi che successi, perchè poi diventa normale, come per chi ha avuto i piedi fasciati, zoppicherai per il resto della tua vita. Però mi sono chiesta e risposta su che tipo di madre volevo essere. Il mio alternarsi tra cristianesimo e paganesimo alterna in me questo ruolo e mi rendo conto che solo quando mi accetto e mi perdono come donna e come madre, seguendo la Dea, riesco a vivere un rapporto sincero e fecondo con le mie figlie, dove se sbaglio chiedo scuso, dove la mia autorità di madre non è mai messa in discussione e non perché ho un carattere forte e duro ma perché, mi sono accorta, vado incontro all'altro che ho di fronte, perché mi interessa sul serio la loro vita, le amo visceralmente, proprio come la madre di Merida e le voglio solo felici e sono (guarda caso) una grande mamma Orsa, come modi, come gusti e come atteggiamento. Le mie figlie stanno crescendo consapevoli che loro sono un dono per la mia vita e come tale posso solo custodirlo, non mi appartengono e l'amore che ci lega non è un vincolo ma un abbbraccio che protegge e sostiene. E quando fremo dinanzi a tutta la vera magia di questo film e sorrido con la strega, che per inciso adoro, come la sua bottega e la sua segreteria - calderone, mi rendo conto che se aiuto loro, le mie figlie, a crescere consapevoli, riesco a curare le mie ferite. Resteranno cicatrici, alcune non guariranno mai, ma almeno riuscirò a perdonarmi di non essere stata quello che non potrei mai essere. E a essere felice per quello che sono.

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  2. Bellissimo articolo che fa riflettere! E credo che sia importante anche per me, come figlia, per comprendere meglio i miei genitori andandogli incontro cercando una via di comunicazione... perché anche se a volte l'arazzo si scuce l'importante è riuscire in qualche modo a riunirlo... grazie come sempre Laura :)

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