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mercoledì 10 agosto 2016

Chi ha paura della Dea Madre?


Non sarà un po' squilibrato questo movimento "della Dea", della "Grande Madre", che sta gradualmente prendendo piede anche in Italia?
Perché si parla di "Dea"? Non di Dio? Si vuole forse escludere il maschile?
Questo articolo vuol tentare di rispondere a queste ed altre domande. 
Ho ultimamente letto più interventi su cosa sarebbe il "sacro femminino", interventi "dall'esterno" che, con lenti anche piuttosto ostili, hanno tentato chi in un modo chi in un altro di chiudere la filosofia della "Grande Madre" in paletti predefiniti. Tutti però paletti inesatti, a volte di parecchio, perché è molto difficile parlare con esattezza di qualcosa che si conosce solo parzialmente. 
Lo è anche di più se ci poniamo verso questa materia con pregiudizi e paura.
Vediamo di offrire qualche spunto per aiutare a fare chiarezza, partendo da alcune delle più comuni affermazioni.

1- "la Dea taglia fuori il maschile ed è quindi un movimento squilibrato"
Come scritto per esteso in questo articolo recente (per approfondire), bisogna fare chiarezza su almeno due modi possibili di intendere il "Tutto", la "Creazione", l'"Universo" o come lo vogliamo chiamare.
Modello A- il modello dicotomico. 
Significa che tutto è scisso in due metà. Due polarità. 
Queste polarità sono antitetiche, cioè percepite come "opposti" in continuo scontro tra loro.
Bianco/nero, luce/buio, natura/cultura, cielo/terra, spirito/materia, sole/luna, maschile/femminile eccetera. L'una combatte l'altra, se sale l'una, l'altra scende. Il rapporto è di tipo vincitore/vinto.
In questa visione la vita prosegue mediante un eterno scontro tra forze.
Il motore dell'universo sarebbe rappresentato attraverso una metafora bellica!
Questo è il pensiero dominante ancora oggi.
Una delle polarità è concepita come "bene", l'altra come "male". E quindi sono messe in rapporto gerarchico tra loro, nel senso che la polarità considerata "bene" deve essere vincente su quella considerata "male" o comunque "meno bene". A questo approccio si lega anche la metafora dell'"uccisione del drago".

Modello B- nell'altro modello le polarità comunque sono contemplate. Ma al posto della metafora bellica beh... tra esse vi è una tensione erotica. Il motore dell'universo è quindi una danza non una lotta. La creazione è in continuo movimento, in una ricerca di armonia.
Oltre alle polarità, vi è un terzo principio che ha la funzione di equilibrare e mantenere il movimento armonico: la Grande Madre. Una metafora di ventre enorme in grado di mantenere al suo interno tutte le polarità in equilibrio.
Maschile e femminile non sono che figli gemelli nel suo ventre. Come tutte le altre polarità.
Il rapporto qui è vincitore/vincitore.
Il drago non lo si uccide, ci si cavalca assieme.

Dire quindi che "la Grande Madre" escluderebbe il maschile significa non accorgerci che stiamo usando un metro di misura (A) per leggere una realtà che invece si basa su tutt'altro simbolismo e tutt'altro metro di misura (B).
Riconosco essere un fraintendimento tutt'altro che raro, dal momento che anche alcuni siti/libri/blog che ultimamente hanno molta foga di scrivere sull'argomento presentano "la Dea" in questo modo dualista. Luna contro sole, piuttosto che terra contro cielo, ecc.
Ma "Dea" in questo senso NON È la metà femminile dell'universo. Bensì il principio terzo che equilibria e sintetizza le polarità. 
Lo stesso nome "dea" sarebbe da considerarsi impreciso, proprio perché coniato dal momento in cui tutto è stato diviso per due e separato l'inseparabile. Il tempo in cui "sacro" e stato tramutato in "divino". Possiamo usarlo ma con la consapevolezza di ciò che diciamo. 

Visto questo simbolismo, ha ancora senso dire che "si escluderebbe il maschile"?

2- "ma perché allora ci sono cosi tanti cerchi di donne?"
Facciamo un passo indietro.
La risposta a questa domanda passa per un'altra domanda. Questa: "parliamo tanto di ricerca di equilibrio, ma ci siamo mai un momento fermati a considerare il contenuto di ciò che diciamo essere "maschile" e ciò che diciamo essere "femminile"?
Siamo così sicuri e abituati a fare professioni di fede da non chiederci se le idee che abbiamo sull'argomento siano in effetti "concetti neutrali o naturali" piuttosto invece che una continua elaborazione culturale ereditata da determinati e precisi modelli di cultura, affatto così "equilibrati".
Il movimento della Grande Madre mette in discussione gli archetipi di maschile e femminile ricevuti "in eredità" da sistemi culturali che per secoli se non millenni si sono basati sul rapporto "dominatore/dominato", sul "vincente/vinto". 
Questo perché gli archetipi che veneriamo diventano matrici che riproducono un certo modello sociale, un certo modo di essere, con concreti effetti nell'agire cultura e nelle nostre scelte, nonché nella nostra percezione di cosa è giusto o sbagliato, lecito o illecito, eccetera.
Il sistema di lettura dell'universo che ho definito "modello A", il modello dicotomico, ha prodotto i suoi archetipi, funzionali al mantenimento dello stesso sistema "vincitore/vinto".
Siamo ancora intrappolati qui senza rendercene nemmeno conto. 
Ma questo sistema ha mutilato tanto il maschile quanto il femminile, ha svuotato il mondo della possibilità di letture più ricche e complesse. Oltre a continuare a farci ammazzare l'un l'altro, poiché questo è il modello della guerra, amici e amiche mie/i. Il mondo che esprimiamo non è che il riflesso di quel che abbiamo dentro.
immagine da cultura . biografieonline . it
Un esempio di questa mutilazione nel maschile e nel femminile?
Prendiamo gli elementi.
Alcune correnti presentano aria e fuoco come maschili, terra e acqua come femminili.
Cosi è stato mutilato il femminile del suo aspetto solare e logico, mentre è stato derubato il maschile del suo aspetto terrigno e della sua sfera emotiva.
Lo studio di antichi miti ci porta molti esempi di dee anche solari, del fuoco, dell'aria. Cosi come esistono dei anche dell'acqua, della luna e pure della terra.
Chiusi in queste rigide settorializzazioni, con tanto di tabelle che definiscono quale elemento della coppia sia femminile e quale maschile, manchiamo di percepirci come esseri completi. 
Come possa esserci equilibrio, continuando a venerare archetipi mutilati, è la mia domanda più sentita.
Non significa essere "uguali", affatto! Significa che oggi ancora cerchiamo la differenza in una mutilazione, dove ogni essere è "una metà" prestabilita e non un intero, pensiero che ha causato danni incalcolabili e ancora ne causa. Significa che abbiamo suddiviso e reso rigidi quelli che sono strumenti e possibilità di tutto l'umano.
A parere di chi segue questa tradizione, acquisendo la consapevolezza di essere "completi" sarà possibile ripartire anche a valutare quali differenze e come agire in sinergia. Siamo ancora lontani. 

Per rispondere alla domanda iniziale di cui al punto 2, la ragione per cui sono più donne che uomini a lavorare su questi temi è certo storica, culturale, sociale. Secoli di oppressione del femminile ha portato alla consapevolezza di questa mutilazione e alla voglia di riscoprirsi complete. 
In particolare il femminile si è accorto che è stato associato, nelle famose "tabelle di corrispondenze", ai termini delle polarità percepite se non proprio come "male assoluto" (ma nella storia anche questo capitò, Eva e Pandora nei miti patriarcali ad esempio) di sicuro come  "meno bene".
Ecco un esempio.
Slide di proprietà intellettuale di Laura Ghianda, utilizzabile solo mediante permesso scritto dell'autrice
Ovvero, "qualcuna" si è stancata di essere considerata per natura "debole, incostante ("la donna è mobile, qual piuma al vento..."), intuitiva ma non razionale, nebbiosa e lunare, tutta emozioni acquatiche ma non fuoco di azione nel mondo, associata alla carnalità e al capriccio, passiva sessualmente al punto che qualcuno ancora prescrive che la "naturale" posizione sessuale sarebbe quella del missionario (lui sopra lei sotto). Eccetera. "Qualcuna" si è stancata di non avere parola in queste definizioni, nell'assistere alla mancata attribuzione di valore della sua esperienza del mondo.
Ecco che i cerchi di donne sono di più: hanno cominciato prima. 

Ma da perdere hanno anche gli uomini. 
E i cerchi degli uomini esistono, poiché iniziano a esserne consapevoli gli uomini stessi.
La forza e la debolezza non sono forse caratteristiche di entrambi? Non è diritto degli uomini "permettersi" di avere paura, di poter essere a volte deboli, di non aver voglia di agire, di conoscere le proprie acquatiche emozioni e dichiararle, eccetera? 
Tutto ciò che "non ci permettiamo" di essere perchè non corrisponde ai modelli archetipici che ci imponiamo sfoga in azioni e stati distorti. Generano infelicità, ALTRO CHE EQUILIBRIO!

In Inghilterra il lavoro è più evoluto, esistono anche tende bianche in cui regolarmente gli uomini si radunano per lavorare su di sé. In Italia abbiamo i nostri primi tentativi. Il prossimo cerchio degli uomini in questa tradizione si terrà a settembre, proprio sugli aspetti sani e distorti degli archetipi maschili.
Basta ricercare un poco di più e non fermarsi all'apparenza, per vedere anche il movimento maschile correlato.

3- "si ma se lavori sul femminile trascuri comunque il maschile"
Ho due considerazioni rispetto a questa affermazione.

Considerazione 1- non possiamo fermarci al puro lavoro intellettuale. Il nostro cammino integra costantemente il corpo e l'esperienza (perché la separazione corpo/mente con il conseguente presunto primato della mente appartiene alla famosa lettura dicotomica dell'universo, vedi modello A e tabellina delle corrispondenze).
Come trovo irritante imbattermi in alcuni uomini che ridicolizzano la saggezza del mio corpo e mi indicano come "dovrebbe essere il femminile" e come dovrebbe essere "la mia esperienza di donna" per essere degna di essere presa in considerazione, ritengo arrogante pormi, all'opposto, come colei che impone agli uomini come vivere il maschile.
La maggior parte dei cerchi che tengo sono misti. Adoro gli uomini e il lavoro con loro. Ho esperienze bellissime che potrei raccontare. 
Invito gli uomini ad esplorare il nostro lavoro! Ma invito anche a fare il loro poiché nessuno meglio di loro può esplorare una sana mascolinità. 
Allora i cerchi devono restare separati? Certo che no!
Considero il lavoro nei cerchi come il camminare: quando cammino procedo alternando una gamba all'altra. Una gamba rappresenta il lavoro nei cerchi misti, che rappresentano la nostra comunità, il bisogno di scambio, di guarigione delle nostre relazioni (di cui abbiamo disperatamente bisogno) e di nuova co-costruazione e condivisione del mondo; l'altra gamba rappresenta il lavoro tra donne o tra uomini o anche tra chi non si riconosce negli uni o nelle altre. 
Non possiamo fare tutti quanti tutte le cose da fare, semplicemente impossibile: qualcuno può preferire portare avanti il lavoro misto. Qualcuno può preferire dedicarsi ai lavori "separati". Qualcuno può fare questo o quello. 
Occorre imparare a dividersi i compiti e a seguire le nostre vocazioni e i nostri doni!

Considerazione 2- l'inganno della percezione della dicotomia.
Se dentro di me ho scardinato la metafora bellica che mi fa vedere le polarità in scontro, competizione, rivalità ma perché mai la guarigione delle donne, il loro essere complete, dovrebbe danneggiare il maschile e viceversa?
Questo passo/principio è particolarmente importante. 
Esempio:
tutte le volte che si denunciano meccanismi di oppressione ancora in atto del femminile -perche' siamo lontani dal vivere in una cultura anche vagamente equilibrata e in quanto appartenente al genere femminile mi viene spontaneo notarlo- c'è chi crede che questa denuncia sottragga qualcosa al maschile. E protesta. Invece che scorgere nelle oppressioni una matrice comune, si accusa "l'altro" di "fare di peggio"! 
Questo è il frutto del pensiero dicotomico.
Perché nel mondo che sogno per i miei e le mie nipoti, maschile e femminile danzano interconnessi. Il danno all'uno è danno anche per l'altro. Perché quando siamo consapevoli che l'intero universo è interconnesso, quando siamo profondamente consapevoli di fare tutte e tutti parte di una rete di fili invisibili, l'infelicità di una parte renderà infelici le stesse corde che connettono tutti. Tutti ci perdono.
Un maschile sano è un dono anche per il femminile.
Un femminile sano è un dono anche per il maschile.
Oggi non abbiamo, a livello sistemico, né un femminile sano, né un maschile sano.

Se vediamo "l'altro" come rivale, se generalizziamo nel classico "nemico comune" significa che siamo intrappolati nel modello "A". Nel modello "A" nessun equilibrio è possibile. Solo eterna guerra. Eterna diffidenza. Eterna paura. E qui dobbiamo lavorare, su di noi in primis.
In più, se vogliamo apprendere letture più complesse del mondo, è tempo di comprendere che nessuno può "sapere tutto". La spiritualità coi "super poteri", dove un guru è onnisciente e perfetto, è modello superato. 
Occorre sviluppare ascolto e empatia e apprendere gli uni dagli altri. Sapendo che "dove non vedo io puoi vedere tu." E viceversa.
E di concrete, libere, sincere esperienze femminili e maschili del mondo siamo ancora carenti.

Immagine: "la danza del maschile e del femminile", Josephine Wall


4- "la Dea come monoteismo (critica adottata da chi si definisce politeista) /la Dea come politeismo (critica adottata da chi è monoteista).
Uscendo un attimo dalle polarità e paure di presunti disequilibri, mi sono imbattuta anche in posizioni che proiettavano nella "Dea" tutti gli attributi del Dio maschile monoteista. Trascendenza (=essere lontano dalla creazione e dal mondo, in posizione esterna rispetto agli stessi) compresa.
O viceversa. Curioso. Stesso fenomeno, constatazioni opposte!
Ogni qual volta usiamo troppo il logos e la mente, rischiamo di utilizzare categorie di pensiero nate in contesti differenti per spiegare qualcosa che non appartiene a quei contesti.
Di nuovo possiamo usare la metafora delle differenti unità di misura. Usiamo metri per misurare litri.
Parole come monoteismo/politeismo non hanno un senso per il loro significato preciso nella simbologia della Grande Madre.
Potremmo dare l'idea dicendo che è entrambe le cose ma il taglio preciso di queste due parole, come l'ho appreso nel mio corso di filosofia delle religioni all'Università, mi impedisce di usarle per tentare spiegazioni quando parlo di questa tradizione.
La Grande Madre, rappresentando l'universo, può essere vista come unità, si. Ma non del tipo "monoteista". Non trascende la materia, che è piuttosto parte di lei. Non è la statica entità esterna che ha già creato tutto. Vive nella Creazione sempre in corso. È contenitore e contenuto, è movimento continuo.
Allo stesso tempo uno dei suoi epiteti è "Colei dai mille nomi". E dai mille volti (agisce anche nel maschile).
Eppur non è il "politeismo" della separazione, i suoi molti volti non giacciono senza interconnessioni anche laddove appaiono opposti.
Difficile definirla. Ma possibile farne esperienza. Da tutti. Attraverso la vita. E la restituzione di questa sacralità attraverso la vita è precisamente uno dei nostri scopi.

5- "usando la parola madre tagli comunque fuori il padre"
Devo dire che qui usiamo lenti "patriarcali" o almeno "culturali" per leggere il fenomeno materno/paterno.
Se non possiamo avere fonti storiche precise sui suddetti concetti nell'Europa Antica, abbiamo precise fonti nelle attuali culture esistenti che si autodefiniscono matriarcati (N.B. matriarcati= "all'origine le madri" e non "dominio delle madri" in forma speculare al patriarcato).
E abbiamo il continuo lavoro di ricerca sull'intelligenza analogica.
Il "padre" occidentale è invenzione "recente". Togliamoci il romanticismo degli attuali padri più attenti e coccoloni, è nato come concetto di nuda proprietà. Su figli e grembo femminile.
Nei matriarcati esiste ed è di estrema importanza la figura di cura maschile, checché se ne dica; il "valore del materno" è donato da quella Grande Madre lì, quella delle origini, a tutti i suoi membri: donne e uomini. Esistono quindi anche uomini materni che a differenza di molti occidentali non si vergognano di definirsi tali anzi, è un onore. 
Penso che alcuni padri attuali (tra cui il padre di mia figlia, vorrei ricordarlo) si stiano lentamente avvicinando a quegli uomini materni di cui -grazie a cielo e terra- il mondo ha davvero bisogno. Ma rimando approfondimenti ulteriori a un articolo a parte che prima o poi stenderò perché l'argomento è troppo vasto, delicato e solleva molti temi, non ultima un'analisi psicopedagogica del modello educativo da cui proveniamo. Non è il momento.
In questi modelli di società "che all'origine mettono il materno", questo materno è applicato da tutti i membri in tutto l'agire cultura. Tutti i membri decidono assieme, con il metodo del consenso, come proseguire. Uomini e donne. Non solo donne a scapito del maschile come qualcuno vorrebbe fare intendere! Bensì, mi ripeto, uomini assieme alle donne.
Noi siamo ancora imprigionati in un'idea patriarcale di maternità, cosa questa che genera incomprensioni sull'argomento. E da parte di uomini, e da parte di donne.
Non si tratta nemmeno di proiettare i conflitti che molti di noi hanno con le proprie madri nella Madre Cosmica! Perché il materno della nostra cultura è profondamente ferito. Anch'esso mutilato.

Rispetto alla "capacità generativa", l'idea del possesso, della prestazione, della "potenza" è talmente radicata in modo esclusivo in noi, che ancora fatichiamo a cogliere il simbolismo della Madre cosmica.
Restando piuttosto nella disputa dei due gameti che occorrono alla procreazione (che a dirla tutta spesso si semplifica a "un ventre e un gamete" quando sono due gameti e un ventre), ignoriamo la potenza dell'immagine che bene spiega la sacralizzazione del materno: quella del "cancello tra i mondi".
La sorgente da cui dal nulla vien fatta entrare la vita nel mondo è anche il luogo del ritorno. I corpi dei nostri antenati e delle nostre antenate erano non a caso seppelliti sovente in posizione fetale, dipinti della rossa ocra che simboleggia il sangue della vita e del parto, e riposti in tombe che riproducono il ventre gravido.
La sorgente, il ritorno.
Materno come Creazione perché allo stesso modo dal nulla qualcosa di nuovo inizia ad esistere ed entrare nel mondo. E a questo gli uomini partecipano, perché questo materno non è strettamente legato al "far figli" ma all'intera metafora della creazione, soprattutto al COME creare. Progetti? Arte? Ma più semplicemente: l'AGIRE CULTURA, concetto chiave di questa filosofia. L'agire cultura che rappresenta la natura di OGNI essere umano, uomo e donna, e anche in questo preciso AGIRE CULTURA sta la Grande Madre, sta la continuazione della Creazione. Ben diverso dall'idea ancora attuale che il maschile "agisca all'esterno", nel mondo, mentre la donna debba agire confinata nelle mura domestiche, non è vero?
Ma ben lontana anche dall'idea che "il maschile sia tagliato fuori".

Il ventre della Grande Madre mantiene la vita, equilibra i suoi figli e le polarità, dando a tutti gli stessi doni e la stessa possibilità di espressione nel mondo, attraverso piacere e armonia, perché attraverso quel cancello ci passano tutti/e.

Non sarà, questo cammino, una "chiamata" per tutti e tutte.
Ma da qui a vederne grandi demoni e rischi di sconvolgimento per il mondo intero, da qui a scrivere articoli denigratori, a spaventare la gente.... forse ne passa un bel po', non viene pare?
Vorrei solo ricordare che l'onestà intellettuale passa per una sincera ricerca negli ambiti che non sono nostri e di cui vogliamo scrivere o narrare.
Altrimenti è puro bisogno di screditare, alimentato dall'odio. 
Un qualcosa che mi suona parecchio lontano dal "risveglio" che vorremmo.
Libera reinterpretazione di immagini dal web, Laura Ghianda

13 commenti:

  1. Il tuo blog è molto interessante e lo sto leggendo piano piano tutto quanto...sono appena tornata dal mio secondo viaggio a Glastonbury e spero di tornarci l'anno prossimo per la Goddess Conference :)

    Giusto per aiutarti: l'immagine è di Josephine Wall, pittrice inglese di enorme talento e che amo moltissimo, se vai sul suo sito vedrai tutti i suoi bellissimi lavori, soprattutto quelli sulla Dea :)

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  2. Brava Laura Ghianda, ti fa onore aver scritto la verità storia e ideologica sulla Dea nonostante i pregiudizi femminili, che sono sbagliati al pari dei pregiudizi maschili, così come l'Anima è androgina, non è femminile sebbene il vocabolo lo sia, ed al pari il Sè superiore non è maschile, due termini diversi per indicare la stessa realtà interiore asessuata ed universalmente spirituale.

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  3. Veramente interessante...salvo a mio avviso la parte del Guru, il Guru se non è un ciarlatano/a rappresenta qualcuno che è già fuori da tutti questi "meccanismi" perché ha già realizzato la verità assoluta.. Attualmente ce ne sono pochi viventi, io ne seguo una ed è inspiegabile la grandezza e la perfezione, è inspiegabile il suo potere una volta visto, ma chiaro è che bisogna VEDERE!! Tutti abbiamo la capacità di arrivare a quel livello ma prima dobbiamo superare i nostri ostacoli/limiti...

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  4. forse è solo una questione di approccio. per me non esiste una verità assoluta, tutto è relativo alla capacità umana; così come, ma sempre secondo me, non esiste una perfezione.
    Siamo inseriti in contesti ed epoche determinate, possiamo crescere moltissimo, possiamo avere da insegnare come però credo non si smetta mai di imparare.
    E, ma sempre "secondo me", credo sia l'ora dei "molti maestri", uscendo dal culto delle personalità.
    che non vuol dire che non ci siano persone da cui imparare. significa che metto in discussione il modello "dell'eroe" singolo, per passare piuttosto a una sorta di "eroismo condiviso".

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  5. Per seguire i dettami della madre per prima cosa bisogna allontanarsi da quello che la società moderna patriarcale ha creato nella mente delle donne altrimenti tutto questo viene applicato in modo errato .... Grazie per questo articolo

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  6. Per seguire i dettami della madre per prima cosa bisogna allontanarsi da quello che la società moderna patriarcale ha creato nella mente delle donne altrimenti tutto questo viene applicato in modo errato .... Grazie per questo articolo

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  7. Questa esposizione la trovo magnifica! E da uomo posso felicemente dire di essere altamente materno, vicino a quel femminile ma allo stesso tempo un tranquillo portatore degli aspetti virili del maschio. Un post davvero bello e ricco di saggezza! Complimenti :)

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  8. Molto interessante, ed in gran parte sono concorde. La visione del contrasto come elemento negativo non mi convince perché la guerra è l'altra faccia della stessa moneta della pace, così l'odio e l'amore, non si combatte mai per odio del nemico ma per amore degli amici, c'è in questo senso ancora una superficiale dicotomia nell'analisi del problema in questa società.
    Quello che voglio dire è che in genere gli aspetti che siamo convinti di affidare a due elementi contrapposti (maschile e femminile) sono tutti facce diverse di una medesima sostanza. Quegli aspetti apparentemente opposti sono in realtà la medesima cosa. La razionalità e l'emotività sono intimamente connessi e si influenzano reciprocamente (si può avere -ad esempio- un ragionamento razionale al 100% ma sarebbe causa di grande sofferenza, per ovvi motivi). L'importante è essere onesti: io credo e sento "questo" anche se razionalmente non è così.
    Invece (e qui veniamo al vero problema) si tende a voler avvalorare se stessi secondo il metro di giudizio della cultura, e quindi la convinzione più personale e priva di logica viene affermata e sostenuta con la forza di una ragione piegata ad un compito che non è il proprio (esempio banale, si è attratti da un'altra persona, ed ogni sua azione viene interpretata "razionalmente" come segnale di interesse o disinteresse a seconda del proprio stato emotivo, ma per avvalorare tale interpretazione ci si convince che è perfettamente lucida e razionale, e cioè le si da un valore secondo il canone attuale anziché riconoscerlo per ciò che è: un delirio amoroso, perfettamente nella normalità) . Similmente avviene oggi nel paganesimo, da tradizionalista romano ho assistito alle più imbarazzanti deformazioni della realtà storica (fino a vere e proprie menzogne) in nome della legittimazione di un qualche sentir proprio più o meno "sentito" più o meno "sognato". E similmente si vede nel " mondo pagano della grande madre" dove molti, ancora inchiodati al metro di giudizio attuale (come dici giustamente nell'articolo) sognano di creare una sorta di patriarcato al contrario, con tentativi di "vestirsi" nei panni di quello che la società ha deciso che deve essere il "Vero Uomo". E questo si vede -in realtà- anche fuori dal mondo della spiritualità, lo vediamo ovunque.
    Il problema dunque non è una più o meno correttezza di una tradizione, il punto è che ogniuno nel proprio privato, invece di farsi tante seghe mentali, deve imparare a leggere ed incasellare tutto ciò che gli succede all'interno del 4 elementi (o corpi, o come vi pare a voi) che lo compongono. E così, questo pensiero è dettato da una necessità fisica, emotiva, razionale o spirituale? Senza dover passare dal filtro sociale. Il che, per altro, non significa necessariamente andare contro alla società, uno può conoscersi e decidere di rispettare fuori da sé tali norme. Socrate rispettò tanto la propria libertà interiore quanto le norme della società (fino a suicidarsi per ordine di quest'ultima).

    Faccio le mie scuse per eventuali errori di battitura ma sono dal cellulare.

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    1. (Non mi sono firmato, scusate:
      Emanuele Viotti)

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  9. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  10. personalmente sottoscrivo quanto hai scritto. Ciò che contrasta nel rapporto uomo donna o donna uomo è questo ruolo che comunque la donna continua a interpretare, del distacco, in cui l'uomo deve svolgere acrobazie su acrobazie per potersi fare notare e spesso senza nemmeno ottenere successo. Come il pavone, o come in tantissime forme la natura stessa ci fa vedere. Valenza prima del modello A, espressione propria e peculiare che forza la dicotomia. Una forzatura che "l'evoluzione" del moderno, dove alcuni tratti prettamente maschili o maschilisti sono relegati a forme inferiori di relazione, non fa che ulteriormente amplificare, ampliare, squilibrando ancora di più un equilibrio che non è mai stato realmente equilibrato.

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  11. "maèstro1 (o maéstro) s. maestro1 [lat. magĭster, der. di magis «più»]. – 1. (f. -a) a. In senso ampio, chi conosce pienamente una qualche disciplina così da possederla e da poterla insegnare agli altri"(Treccani)
    "Guru è un termine maschile sanscrito (devanāgarī गुरू, Kristian) che presso la religione induista ha il significato di "maestro" o "precettore spirituale" ed è rivolto in particolar modo a colui che impartisce la dīkṣā al suo discepolo; si tratta dunque di una figura molto importante in questa religione, comune a tutte le scuole filosofiche e devozionali dell'Induismo, avente diritto al massimo rispetto e alla venerazione al pari del padre, della madre e dell'ospite." (wikipedia)
    C'è una profonda differenza fra i due concetti (e ruoli, ovviamente. Nella visione di "colui che impartisce la dīkṣā al suo discepolo", c'è un concetto di 'potere' che il discepolo (termine inesatto per definire l'adepto) vive come mancante, mentre con il maestro, l'allievo percepisce la mancanza della 'abilità'di cui il maestro è 'padrone?. Infatti, mentre il guru NON esiste senza "adepti" (participio passato di adipsci = conseguire), il maestro è tale anche se non insegna niente a nessuno: è solo qualcuno talmente abile nella sua 'scienza' da arrivare ad essere in grado di trasmetterla a qualcun altro.
    Mi preme sottolineare questa differenza, di cui si può argomentare molto di più, perché sottolinea la "domanda", che è quello che poi genera l' "offerta". E'solo perché c'è un vasto parco di individui che pensano che basti essere 'unti' da un guru per essere illuminati, che sono disposti a pagare con denaro, tempo, dignità, intelligenza che esistono i guru e tutto quello che questi fanno pur di mantenere i privilegi della loro 'casta' (non a caso è una categoria induista).
    Nell'enorme quantità di spunti che offre il suo articolo, Signora Ghianda, mi fermo solo sull'aspetto della condivisione/comunicazione notevolmente castrato dalla visione che la maggior parte ha dell'apprendimento. L'attesa che ci sia una verità "superiore", "esterna", "separata" da apprendere perché in competizione con una qualsivoglia menzogna da svelare, è un atteggiamento tipicamente "maschile".
    Con questo mio commento è mia intenzione segnalare da dove parte, secondo la mia opinione, la difficoltà dell'integrazione nella da lei definita "Grande Madre", e cioè nel "pensare" a sé stessi come da essa separati, invece di viversi come IN essa partecipanti già dalla nascita con la responsabilità di diventare maestri nel danzarvi CONSAPEVOLI all'interno.
    Grazie dell'opportunità.
    Angelo Mammetti

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